Roberto Riviello' Post

La scuola delle rime boccali

bocca Se pensate che la rima boccale sia lo stesso della rima baciata (quella che Umberto Saba celebrò con i bellissimi versi: “Amai trite parole che non uno / osava. M’incantò la rima fiore / amore, / la più antica difficile del mondo”), ebbene vi sbagliate.

E per capire di cosa realmente si tratta, dovrete prendere in mano le linee guida sulla Scuola, appena divulgate dalla ministra Azzolina e dal premier Conte, dove si precisa una volta per tutte che gli studenti italiani torneranno in classe il 14 settembre, ma alla distanza minima di un metro tra le loro rime boccali; che, tradotto dal burocratese post-Covid, significa semplicemente da bocca a bocca.

Il distanziamento sociale in classe non si misurerà più


Il sentimento nazionale

raf Ero a Roma, la mattina dell’8 marzo, per visitare la mostra su Raffaello alle Scuderie del Quirinale. All’ingresso, però, ci venne data la notizia che tutti i musei erano chiusi perché di notte era stato dichiarato il lockdown delle attività commerciali e imprenditoriali non indispensabli, delle scuole di ogni grado, delle università, dei teatri, dei cinema, delle istituzioni cuturali.

L’Italia si fermava, e sembrava arrendersi di fronte al nemico invisibile. In realtà c’era chi poi ha continuato a combattere quella guerra asimmetrica: in prima linea tutti gli operatori del sistema sanitario, della Protezione civile, delle Forze dell’ordine; dietro di loro, la filiera della produzione agricola e della distribuzione, i servizi pubblici, gli insegnanti con la didattica a distanza.

A partire


I nuovi iconoclasti

ind La morte per soffocamento di George Floyd ha giustamente provocato le proteste sul territorio americano e un’ondata planetaria di indignazione per il comportamento crudele dei poliziotti di Minneapolis.

Non è la prima volta che la polizia americana uccide un cittadino di colore durante un arresto, e senza la motivazione della legittima difesa; a testimonianza del fatto che la questione razziale in quel Paese non è affatto risolta, nonostante siano passati cinquant’anni dall’assasinio di Martin Luther King e dalle prime grandi manifestazioni per i diritti civili.

Le proteste degli afroamericani sono poi degenerate, come già accaduto in passato, in vere e proprie rivolte, incendi e violenze di ogni genere. La violenza, si sa, chiama altra violenza.

Ma l’origine di


Il mitico Ponte

ponte messina Quando ci provò Berlusconi, a ipotizzare la costruzione del grande Ponte che unisse Scilla e Cariddi, fu travolto da un’ondata di insulti; in gran parte provenienti da quel mondo di ampio respiro composto da ambientalisti, verdi, benaltristi, sismologi dilettanti, catastrofisti e pessimisti cosmici ( i no-Tav a quei tempi non erano ancora pervenuti e Greta Thunberg neppure nata).

Per cui non se ne fece nulla; così come non si fece nulla della preannunciata rivoluzione liberale – taglio delle tasse, deregulation, riforma della giustizia, sburocratizzazione -, ma questa è un’altra storia.

Sono passati gli anni; intanto i no-Tav sono cresciuti e a loro si sono aggiunti i no-vax, i no-Tap, i no-tutto e adesso pure i negazionisti del coronavirus;


Walter Tobagi: maestro di giornalismo

tobagi Quarant’anni fa, a Milano, moriva ammazzato Walter Tobagi, giovane e brillante giornalista del Corriere della Sera. A sparargli furono Marco Barbone e Mario Marano, esponenti di un gruppo denominato Brigata XXVIII Marzo; che, quando furono arrestati, iniziarono a collaborare con i magistrati, per cui in seguito trascorsero solo pochi anni in prigione.

Marco Barbone, durante il processo, disse che avevano scelto di colpire Walter Tobagi perché era un intelligente osservatore del terrorismo, e per questo era più pericoloso dei comuni giornalisti di regime. La verità è che quasi tutti i componenti della macabra Brigata erano figli della borghesia milanese, i quali avevano abbracciato il fanatismo marxista-leninista, assai in voga negli anni di piombo; e aspiravano ad


L’utopia del monopattino

monopat La sintesi migliore dei provvedimenti presi con il cosiddetto “Decreto rilancio” l’ha fatta Giorgia Meloni alla Camera dei deputati, quando ha accusato il capo di governo Conte, lì presente, di avere stanziato 150 milioni per i monopattini e solo 50 per le disabilità.

Ce lo vedete un impiegato che la mattina sfreccia in monopattino dalla periferia di Roma per andare a lavorare in qualche ufficio o ministero nel centro della capitale? E se poi questi è anche un padre di famiglia e dovrà – ci auguriamo da settembre – lasciare i figli a scuola, come diavolo potrebbe fare? L’idea di disincentivare il trasporto pubblico, grazie al bonus per l’acquisto dei monopattini, è il segno della distanza siderale tra governanti


L’abito non fa il monaco?

silvia Nel caso di Silvia Romano sembrerebbe proprio di sì: perché la sua scelta di presentarsi ai fotografi e alla famiglia, coperta dalla testa ai piedi con un hijab verde, non è certo casuale. E come ha spiegato chiaramente l’antropologa di orgini somale Maryan Ismail, quello non è certo l’abito tradizionale delle donne somale musulmane; bensì il velo loro imposto da quando i talebani africani di Al Shabab hanno preso il sopravvento in quel Paese.

Quindi, ammesso che di libera conversione all’islam si sia trattato per la giovane cooperante da poco liberata – e non di lavaggio del cervello, com’è più probabile che sia stato -, sgomberiamo subito il campo da ogni ambiguità: noi gioiamo che la ragazza sia stata


Amici no

allegra Dal 4 maggio siamo, dunque, autorizzati a incontrare i nostri congiunti. Ovviamente, appena l’abbiamo saputo, siamo tutti corsi a consultare un motore di ricerca (i tradizionali dizionari sono ormai finiti in soffitta insieme ai giocattoli dell’infanzia), per essere sicuri del significato della parola.

Poi è intervenuto il Grande Fratello governativo a spiegarci che posssiamo incontrare persino i cugini di secondo grado che non vediamo quasi mai, nonni e bisnonni, figli di genitori separati, fidanzati e fidanzate purché di lunga durata (un paio di anni bastano? chissà).

Ma gli amici no. Neppure gli amici di una vita, quelli che magari contano assai più di uno zio/zia o di un cugino/cugina che sentiamo al massimo per gli auguri di Natale.

Come se


Ci vuole mètis

metis Ancora autocertificazioni: è questa l’amara realtà che ci attende nelle prossime settimane. L’ora dell’agognata libertà, evidentemente, non è ancora suonata per i “saggi” delle task force governative, che non ci hanno dato il via libera come molti di noi comuni mortali attendevano e speravano.

Siamo ancora a rischio di contagio, nonostante la tendenza generale dell’epidemia indichi un significativo miglioramento. E allora – essi pensano – è bene continuare a vietare gli spostamenti se non per lavoro; è bene limitare le visite ai soli congiunti (fidanzate e fidanzati inclusi,ma gli amici no); per cui sarà ancora obbligatorio, se ci si sposta per fare la spesa come per andare dai nonni, compilare e portare con sè l’ultima versione del modulo autocertificante.

Quindi


Aspettando il 4 maggio

grande fratello Non me ne vogliano gli antifascisti, ma quest’anno il 25 aprile è passato in secondo piano: il vero giorno della liberazione, almeno per quanto mi riguarda, sarà il 4 maggio.

Se davvero finirà il lockdown, come è già stato annunciato, beh, quel giorno potremo tirare un profondo respiro di sollievo; e sentirci liberati da una clausura forzata che nessuno di noi (a parte i carcerati) aveva mai sperimentato prima.

In pratica, anche se per fondati motivi di salute pubblica, siamo stati sottoposti a una condizione di vita da vero e proprio regime totalitario, in confronto al quale persino il fascismo potrebbe apparire una semplice dittatura.

Ce ne siamo accorti che dall’8 marzo in poi i diritti fondamentali dei cittadini,