Si deve votare

elezini L’assalto dei rivoltosi al palazzo del Congresso americano, incitati da un Donald Trump in pieno delirio, ci ha lasciati tutti attoniti e finanche inorriditi. E alcuni commentatori si sono spinti a definire la democrazia degli USA fragile come un gigante d’argilla.

A prescindere dal fatto che il tentativo di golpe più tragicomico della storia contemporanea non ha avuto nessun risultato concreto, se non la morte di cinque persone e lo sputtanamento mondiale del Presidente uscente (anzi, uscito fuori di testa), per cui Joe Biden assumerà regolarmente i pieni poteri fra un paio di settimane; vorrei ricordare che la democrazia americana ha, invece, dato una prova superlativa della sua vitalità allorché, nel mezzo della pandemia, non ha voluto privare i cittadini dei loro diritti politici, e ha celebrato le elezioni presidenziali nei tempi e nelle modalità previste dalla Costituzione.

E’ pur vero che l’uso notevole del voto postale ha dato adito alle polemiche da parte di chi le elezioni le ha perse. Ma tutti i ricorsi presentati da Trump in diversi tribunali federali e persino nella Corte Suprema sono stati rigettati, per cui i risultati delle elezioni sono stati certificati e convalidati sotto tutti i punti di vista.

E come lo vogliamo definire un Paese che, nonostante l’emergenza sanitaria, riesce a portare circa 140 milioni di elettori alle urne o comunque ad esprimere la loro preferenza? Davvero pensiamo che sia una democrazia fragile?

Allora l’Italia cosa sarebbe: il malato terminale della democrazia?

Negli ultimi anni, infatti, gli italiani hanno visto lo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte (un rispettabile professore universitario che non aveva mai ricevuto un solo voto e che nessuno, a parte i suoi studenti, conosceva), alla testa di due governi radicalmente diversi l’uno dall’altro e scaturati da accordi fatti e disfatti nel Parlamento, quindi pienamente costituzionali, ma al tempo stesso completamente sganciati dall’orientamento e dal verdetto popolare.

Così siamo giunti al duello tra Conte e Renzi, che ormai dura dall’inizio dell’autunno e si sta trascinando nell’attuale sceneggiata delle impossibili soluzioni della crisi (e dell’agonia governativa): meglio un vero rimpasto o solo un rimpastino di ministri e sottosegretari? si continuerà col Conte bis modificato o si formerà un Conte ter potenziato? In ogni caso – è evidente – tutto sarebbe come prima, se non peggio di prima.

Alla fine, Giuseppe Conte si fiderà di Matteo Renzi, andando a dimettersi da Mattarella e pensando di rientrare a palazzo Chigi per sedersi nuovamente sulla poltrona dalla quale si scolla solo per fare gli annunci in tv e i bisogni corporali? Oppure prevarrà in lui l’incubo dello “stai sereno”, per cui deciderà di arrivare allo scontro finale nell’aula del Senato, sperando che qualche responsabile furbetto si accodi alla sua variopinta pseudo-maggioranza?

Non credo sia opportuno continuare a mantenere in vita questo vero e proprio malato terminale, che è il governo Conte e che si è dimostrato fallimentare su tutti i fronti, mentre è in ballo la programmazione di come spendere i fondi del Recovery Plan; ovvero si sta decidendo il futuro degli italiani e, in particolare, dei nostri figli che quei fatidici 200 e passa miliardi li dovranno restituire. E’ arrivato il momento di staccare la spina e di ridare democraticamente la parola agli elettori.

Ma si può realisticamente pensare di votare mentre ancora infuria la seconda ondata della pandemia e la terza è all’orizzonte? La risposta ce l’hanno già data gli Stati Uniti: si può fare, anzi si deve fare.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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