Per chi suona la campanella

campanella La campanella del passaggio di consegne è finalmente suonata per Giuseppe Conte, anche se purtroppo non ci è stato dato di vedere la sua espressione (amareggiata? schifata? incazzata?) durante la cerimonia, a causa della mascherina. E pazienza.

La legge del passaggio e del contrappasso vale all’Inferno dantesco come a palazzo Chigi: per cui puoi scamparla una volta per il rotto della cuffia come successo in occasione del Conte bis, cambiando il colore della pelle da giallo-verde a giallo-rosso con perfetta nonchalance e camaleontica furbizia; ma poi arriva anche per te l’Uomo del destino (in questo caso inviato dal demiurgo Mattarella); e in un giorno di gelo polare te la toglie di mano la campanella e ti rimanda dalle stelle governative alla vita che facevi prima di essere baciato dalla fortuna e venire nominato presidente del Consiglio chissà perché, visto che di politica non sapevi niente, a parte quello che avevi letto nei tomi universitari; ma si sa: un conto è studiarle le cose o insegnarle, un conto è farle accadere.

L’Uomo del destino si è materializzato a Roma una luminosa mattina di febbraio. Molti dicevano che non avrebbe accettato, che non ci pensa neppure, chi gliela fa fare a mettersi in questo casino. Ma intanto Mattarella aveva già alzato la cornetta del telefono quirinalesco; e se chiama il Presidente della Repubblica, che parla a nome del popolo sovrano ed è la prima carica dello Stato, non è che si può far rispondere la moglie e farle dire: mio marito è uscito, la faccio richiamare.

Se telefona il Presidente dai capelli argentati, quello che un fotografo immortalò da giovane, a Palermo, mentre abbracciava il cadavere del fratello Piersanti crivellato dai colpi della mafia, è quasi impossibile dire: no, grazie, tengo famiglia. E’ più naturale, invece, ripetere quella semplice parola, contenuta in uno storico telegramma, con la quale il generale Garibaldi rispondeva agli ordini ricevuti durante la terza guerra d’Indipendenza: obbedisco.

E’ così che Mario Draghi, nuovo capo del Governo, è venuto a prendersi la campanella dalle mani del suo predecessore. Rispondendo alla chiamata esplicita del suo Paese nel momento di massimo bisogno, quando emergenza sanitaria e crisi economica combinate insieme hanno già falciato qualche decina di migliaia di persone e messo in ginocchio interi settori dell’economia nazionale.

Il nuovo governo è nato dopo un paio di rapidi giri di consultazioni, perché il professor Draghi è uomo di poche parole, che comunica lo stretto necessario; non ha Casalino, pubblicitari e suonatori di pifferi alle sue dipendenze; non scrive su Twitter, non posta su Facebook.

E’ un governo tecnico-politico. I partiti che lo sostengono (tutti tranne Fd’I) sono rappresentati con figure di spicco, anche nel solco della continuità nei ministeri della Sanità e degli Interni diretti da figure criticabili per gli errori del passato (Speranza e Lamorgese), ma comunque degne di rispetto. Sono giustamente sparite le mezzecalzette; a partire dalla Azzolina, la ministra che sarà ricordata per la trovata pazzesca dei banchi con le rotelle, e da Bonafede, il ministro dj e manettaro dell’abolizione della prescrizione.

Ma soprattutto, nei settori che conteranno moltissimo nella fase del Recovery plan (economia, giustizia, innovazione tecnologica, trasporti, transizione ecologica e istruzione), sono arrivati gli uomini scelti personalmente da Draghi: tutti tecnici e professionisti con grandi esperienze alle spalle. Tra i quali vorrei soltanto ricordare Vittorio Colao, un manager di livello internazionale, e Marta Cartabia, autorevole giurista ed ex presidente della Corte Costituzionale.

Ottima anche l’idea di scorporare il ministero del Turismo e dargli finalmente l’autonomia e l’importanza che merita in un Paese come l’Italia ad elevatissima vocazione turistica.

Martedì e mercoledì si vota la fiducia in Parlamento, con gli esiti che sono ormai scontati.

L’unità nazionale rimise in piedi l’Italia alla fine della seconda guerra mondiale e permise la transizione verso la democrazia e lo Stato repubblicano.

L’Italia, che usciva devastata e umiliata dal conflitto, trovò proprio nell’unità nazionale una grande occasione per rialzarsi. Dalle crisi – la Storia ce lo insegna – si può uscire migliori e più forti di prima.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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