Libertà di cura

conferenzastampa Ha fatto benissimo il presidente Draghi a venire in tivvù e metterci la faccia per dire a tutti gli italiani che bisogna necessariamente fare il richiamo della prima vaccinazione anti-Covid; che lui stesso lo rifarà utilizzando il famoso mix, pur non essendo obbligato visti i suoi settant’anni e passa; ma che – questa è la parte che più mi piace – ciascuno è libero di scegliere se rivaccinarsi con altro farmaco o ripetere la dose di Astrazeneca.

Stava parlando, nell’ultima parte del discorso, di quelle persone al di sotto dei sessanta ai quali, da un giorno all’altro, per la precisione in seguito alla morte della povera Camilla di anni 18, era stato comunicato che il vaccino anglo-svedese, di cui avevano avuto già la prima dose, non era più consigliato e che pertanto dovevano (ripetiamo: dovevano ) riceverne un altro di tipo diverso: Pfizer o Moderna.

Tra l’imperativo categorico della circolare ministeriale (il nostro ministero della Salute, da quando è iniziata la pandemia, ha assunto sempre di più le caratteristiche e lo stile comunicativo del Miniculpop di epoca fascista) e l’ultima conferenza stampa di Mario Draghi che invece sottolinea la libertà del cittadino nello scegliere le cure mediche, evidentemente passa una vera e propria linea di demarcazione culturale.

E verrebbe da chiedersi (ancora una volta) per quale ragione il ministro Speranza è sempre lì al suo posto; visto che Draghi lo ha praticamente destituito parlando in prima persona su una questione di carattere tecnico-sanitario.

Ma torniamo al tema fondamentale richiamato dal nostro Presidente: la libertà.

Certamente il suo discorso riguardava il principio di autodeterminazione del cittadino nell’ambito delle cure mediche, così come previsto dall’ art. 32 della Costituzione; eppure non si può non cogliere un evidente segnale nel suo intervento: agli italiani è stato chiesto in questo anno e mezzo uno sforzo immenso nell’accettare la compressione e la limitazione delle fondamentali libertà individuali, ed è ora arrivato il momento di mettere fine a tutto ciò.

Vi ricordate quando dovevamo scrivere un’autocertificazione persino per andare al supermercato vicino casa? O quando non potevamo incontrare i nostri famigliari residenti in un comune distante pochi chilometri? O quando – fino a pochi giorni fa – dovevamo rientrare in casa entro le 22?

Queste misure coercitive – lo sappiamo bene – non ci hanno liberati dal Covid e neppure hanno impedito la morte di decine di migliaia di persone. Ciononostante chi ha governato l’Italia fino alla nascita del governo Draghi ha provato a trasformarci in una massa di cinesi obbedienti. E non è certo un caso che gli stessi leader politci (unici in Europa) abbiano siglato con la Cina un accordo commerciale noto come “Via della seta”, che aprirebbe i nostri porti e infrastruture al fine della penetrazione del gigante asiatico nel Mediterraneo.

Come non è un caso che mentre Draghi, durante l’ultimo G7, sosteneva apertamente la politica del presidente Biden di contrasto all’imperialismo cinese, Beppe Grillo veniva ricevuto ufficialmente nell’ambasciata cinese a Roma per confermare la fedeltà dei Cinquestelle.

Per fortuna gli italiani non sono stati “cinesizzati”, nonostante la mentalità filocinese e la politica sanitaria dell’ultimo governo Conte: lo hanno dimostrato le decine di manifestazioni pacifiche tenute nelle nostre piazze da commercianti, imprenditori, ristoratori e lavoratori del turismo e dello spettacolo in favore delle riaperture.

Al contrario, la politica estera decisamente filoatlantica e quest’ultimo richiamo alla libertà individuale sono due aspetti fondamentali che segnano la discontinuità dell’attuale presidente Draghi con il (triste) passato recente.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Ho insegnato per molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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