Il rischio ragionato

conferenzastampa La data fatidica delle riaperture e della nostra (quasi) liberazione è, dunque, stata annunciata: il 26 aprile. Certamente posticipata di un giorno per non sovrapporla a quell’altra più antica festività liberatoria ed evitare inutili interpretazioni giornalistiche.

Nella conferenza stampa di venerdì sera Mario Draghi ha smontato tutta l’impalcatura rigorista e proibizionista che ha dettato legge nell’anno cupo del governo Conte due (il colpaccio di diventare uno e trino, per fortuna, non gli è riuscito); ed ha teorizzato il “rischio ragionato” che gli italiani dovranno serenamente assumersi nelle prossime settimane, durante le quali essi riprenderanno gradualmente a svolgere le tradizionali attività comerciali, ristorative, culturali, sportive e ricreative.

Accanto a lui, il ministro Roberto Speranza ha fatto buon viso (si fa per dire) mentre ingoiava il boccone più amaro di tutta la sua vita. Il pensiero che la gente, fra pochi giorni, potrà tornare a sedersi all’aperto e ordinare una pizza oppure uscire a camminare per le strade senza un motivo urgente e senza l’autocertificazione, lo tormenta e gli toglie il sonno.

Ma se il Presidente ha deciso così, di sicuro Robertino non si può opporre: è già tanto che il capo l’abbia lasciato al suo posto di ministro della Salute, mentre ha messo alla porta quell’incapace del commissario Arcuri. Il fatto è che il ministro Speranza ha l’aria da eterno ragazzino, un po’ complessato e introverso, per cui diventa quasi impossibile fargli un torto; ché lui la prenderebbe assai male e chissà cosa sarebbe capace di fare, magari si metterebbe a piangere e a fare le bizze davanti a tutti.

Per questo Draghi se l’è tenuto e l’ha pure tollerato per un po’. Ma adesso basta, Robertino: dal 26 aprile si comincia ad aprire tutto e, se è il caso, si mettono pure le regioni in giallo. E tu non rompere più le scatole.

A dire il vero non c’è solo il ministro Speranza a soffrire oggi. Ci sono epidemiologi di chiara fama, come il professor Massimo Galli dell’ospedale Sacco di Milano, che, dopo la conferenza stampa della (quasi) liberazione, è andato subito da Lilli Gruber su La 7 a scuotere il capo come quei cagnolini che negli anni ’70 stavano sul cruscotto delle auto, e a spiegare che dovremmo restare chiusi in casa ancora per un tempo indefinito.

La nostalgia del lockdown ha già iniziato a diffondersi tra gli ideologi del rigore e i fanatici della salute pubblica; i quali concepiscono gli uomini solo sotto l’aspetto fisiologico, per cui noi dovremmo preoccuparci unicamente di evitare ogni possibile rischio di contagio.

Ma si dà il caso che gli esseri umani vivano anche di relazioni sociali, attività lavorative, esperienze culturali e momenti di svago. Si dà il caso che gli uomini abbiano un’anima o una psiche, se preferite chiamarla così; e anche l’anima o la psiche ha bisogno di essere considerata, ha bisogno di esprimersi e di vivere, altrimenti rischia di ammalarsi. Per non parlare della nostra economia che è stata seriamente compromessa dalle chiusure, e di intere categorie di lavoratori autonomi e imprenditori che sono stati davvero massacrati in quest’ultimo anno.

Ai fondamentalisti della sanità interessa eslusivamente evitare il rischio del contagio; per loro, tutto il resto non conta.

Per nostra fortuna, il presidente Draghi ha una visione dell’uomo e dell’esistenza molto più profonda, nonché una conoscenza dei meccanismi sociali ed economici più aderente alla realtà. Quando ha parlato di “rischio ragionato” per giustificare la sua scelta di aprire gradualmente dal 26 aprile, ha sintetizzato in modo chiaro ed efficace tutta una lunga tradizione di pensiero liberale e riformista che nel nostro Paese ha espresso statisti del calibro di De Gasperi, Saragat, Moro, Spadolini, Craxi. E un giorno, chissà, anch’egli potrebbe essere ricordato tra costoro.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Ho insegnato per molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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