Il macigno della Giustizia

giustizia Nei giorni immediatamente successivi alla crisi di governo, abbiamo sentito parlare soltanto della caccia ai senatori responsabili da parte del premier Conte e del suo braccio armato Casalino. E tra i responsabili ne sono stati trovati di varia natura: responsabili di pura razza voltagabbana (Maria Rosaria Rossi), ma anche dell’ultimo minuto (Ciampolino), per tradizione familiare (Sandra Lonardo-Mastella) e finanche per una notte sola (Vitali). Col risultato che l’operazione è naufragata in maniera tragicomica, per cui i numeri al Senato sono rimasti quelli che erano al momento della fiducia, cioè insufficienti a garantire lunga vita ad un altro Conte doppio o triplo che fosse, praticamente come una minestra riscaldata che resta sempre la stessa.

E’ stata così divertente e appassionante la telenovela dei responsabili – conclusasi miseramente con le dimissioni del Camaleonte disperato – che quasi nessuno di noi telespettatori si è chiesto: ma che fine ha fatto la prevista relazione che il ministro della Giustizia Bonafede avrebbe dovuto leggere in Parlamento il 28 gennaio?

Si potrebbe rispondere che la relazione del ministro Bonafede (unico avvocato giustizialista e manettaro in Italia e forse al mondo) non è stata presentata perché il governo è caduto; ma questa non sarebbe la corretta spiegazione. La verità è che, al contrario di quanto si possa credere ingenuamente, il governo è caduto proprio a causa della suddetta relazione. Il rapporto di causa-effetto va dunque invertito, se si vuole comprendere quello che è successo e, soprattutto, che è passato nella mente di Matteo Renzi quando ha chiesto alle “sue” ministre di ritirarsi e poi ha fatto mancare i numeri in Senato al governo.

Sarà anche vero che a Renzi Giuseppe Conte sta sulle scatole e che l’antipatia è ampiamente ricambiata. Sarà possibile che Renzi abbia un progetto personale che dovrebbe riportarlo a un ruolo di primo piano sulla scena italiana e persino internazionale, magari con l’appoggio dell’amministrazione Biden che di sicuro lo preferisce al trumpiano Giuseppi.

Ma queste sono solo le sfumature di colore, quelle che in psicologia si chiamano vie periferiche. Il nocciolo della questione (politica) è un altro ed è un macigno, anzi un iceberg gigantesco che minaccia la navigazione del transatlantico Italia almeno da un paio di decenni: la questione della giustizia.

Ed è su questa che Matteo Renzi ha fatto cadere il governo giallo-rosso che, grazie soprattutto al Ministro manettaro espresso dall’ala grillina e giustizialista, aveva abolito con un colpo di spugna l’istituto della prescrizione dei reati, uno dei capisaldi dello Stato di diritto; ragione per cui oggi, nel nostro Paese, non valgono più i princìpi liberali del giusto processo esposti da Cesare Beccaria in Dei delitti e delle pene, nonché da Alessandro Manzoni nella Storia della colonna infame, ma vale il concetto del Processo kafkiano: se sei imputato, lo resti per sempre, almeno fino a quando lo Stato non si decide ad emettere un verdetto tramite un suo tribunale.

Questo è il problema, questo lo scoglio per cui difficilmente si potrà tornare allo statu quo ante: nel Parlamento ormai la maggioranza si è spostata dal giustizialismo al garantismo, ed è una maggioranza trasversale, di ispirazione liberale e in parte anche riformista, che necessariamente richiede una nuova soluzione per uscire dalla crisi; una soluzione in cui non ci sarebbe più posto per il ministro Bonafede e neppure per l’avvocato del popolo Conte.

Naturalmente la questione della giustizia da riformare non si limita al solo settore penale, con il ripristino della prescrizione e la necessaria separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti. In ambito civile i problemi sono altrettanto gravi, e vanno dalle carenze strutturali alla scarsa informatizzazione dei processi, per cui i tempi si dilatano e non esiste nessuna certezza di ottenere sentenze rapidamente, con le conseguenze drammatiche che ben conosciamo sul piano economico.

E che dire delle rivelazioni dell’ex magistrato ed ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura Luca Palamara? Dopo il tentativo di far passare tutto in sordina da parte dello stesso CSM, limitandosi a circoscrivere le responsabilità alla sola persona di Palamara, adesso la distorsione del sistema giudiziario è nuovamente venuta alla ribalta grazie al libro-intervista di A. Sallusti, Il Sistema, potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana.

Il prossimo governo non potrà esimersi dal mettere tra i primi posti della sua agenda la riforma della giustizia. D’altra parte questa è anche una delle pre-condizioni che l’Europa ci chiede per rendere concreti gli aiuti finanziari del Next Generation EU, che al momento sono solo ipotetici. Volenti o nolenti, quindi, la giustizia in Italia non potrà più essere quella dei vecchi giacobini di Mani Pulite o dei nuovi populisti Cinquestelle.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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