Un centenario sciagurato

pci Il 21 gennaio 1921, a guardarlo col senno di poi, rappresentò per la storia della Sinistra italiana sia un battesimo che un funerale: perché nasceva in un teatro di Livorno il PCD’I, in seguito denominato PCI; e perché, contemporaneamente, si metteva una pietra tombale sul socialismo riformista.

Detto in parole povere: trionfavano gli eredi dell’antico massimalismo, gli oppositori di Turati e della visione pragmatica del sole nascente; infiammati dal verbo leninista e dal bolscevismo che era diventato padrone incontrastato del nuovo paradiso marxista in Russia.

Frutto immediato di quella scissione, che poi mise in un angolo i riformisti, fu la rapida ascesa del regime fascista che si trovò la strada spianata da governi liberali debolissimi, impantanati nel sistema proporzionale puro (proprio quello di cui il Camaleonte, in Senato, ha recentemente sostenuto la bontà), ma anche dall’assenza di una forte opposizione dei moderati.

Non a caso, Mussolini e Bordiga (uno dei fondatori del PCI ) erano stati compagni di strada nell’avventura del socialismo rivoluzionario, ed entrambi detestavano la democrazia parlamentare. Per cui l’avvento di Mussolini duce fu salutato dai bolscevichi italiani come una manna venuta dal cielo, nell’ottica del “tanto peggio tanto meglio” che avrebbe poi avuto molti seguaci tra i neo-rivoluzionari degli anni Settanta.

Mentre i socialisti riformisti praticamente scomparivano dalla scena, i comunisti occupavano i posti di comando nel movimento operaio del Nord, dopo essere persino riusciti nell’impresa di spaccare il sindacato unitario e, di conseguenza, ad indebolire un altro fronte di possibile opposizione al fascismo. Ma fu soprattutto il completo appiattimento del PCI sul modello staliniano, che in seguito determinò la sua esclusione dalla dinamica democratica in Parlamento, quando, una volta che si era conclusa nel 1947 la fase dell’unità nazionale, con l’entrata in vigore della Costituzione si celebrarono le prime elezioni politiche della storia della Repubblica.

D’altra parte Palmiro Togliatti, durante gli anni dell’esilio in URSS, era stato un uomo di Stalin, al punto da avere per suo conto diretto la strage dei trotzkisti e degli anarchici nella guerra civile spagnola; ed aver avallato l’uccisione di numerosi militanti comunisti italiani, rifugiatisi nel paradiso sovietico e accusati di chissà quali crimini.

Con queste premesse, la storia del Partito comunista italiano si è sempre caratterizzata per la sua avversione verso i socialisti riformisti, infatti definiti “social-fascisti”; fino al trasformarsi dell’avversione in vero e proprio odio, allorché uno di questi “traditori”, Bettino Craxi, per la prima volta nella storia del socialismo italiano, ottenne l’incarico di formare un governo.

E’ l’estate 1984, un altro momento cruciale per capire come e perché il socialismo riformista nel nostro Paese sia stato praticamente azzerato. C’è una crisi economica dovuta a un enorme deficit di bilancio e il governo Craxi (il pentapartito) vara una manovra da 47.000 miliardi di lire, e parallellamente intavola trattative con le associazioni degli imprenditori e i sindacati per ridurre il costo del lavoro.

Il necessario “taglio” di tre punti della scala mobile viene concordato con tutte e tre le associazioni sindacali, ma poi il PCI interviene e la componente comunista della CGIL rompe l’accordo non solo con gli altri sindacati, ma persino con la componente socialista della CGIL. Come a dire: il 1984, culminato con l’ostruzionismo dei comunisti in Parlamento contro la conversione in legge del decreto, è solo un altro capitolo della storia iniziata nel 1921.

Craxi venne poi defenestrato da un golpe giudiziario (Mani Pulite) che, contemporaneamente, sancì l’alleanza della magistratura politicizzata con gli eredi del PCI, la cui fine era stata provocata dalla caduta del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, suo principale sponsor e finanziatore.

E veniamo ai giorni nostri. Il PDS-DS-PD è diventato negli anni un partito riformista? Ha abbandonato definitivamente la logica dell’assistenzialismo, dello statalismo e del giustizialismo per apririsi all’innovazione, al mercato e all’impresa ma senza precipitare nel liberismo sfrenato?

Effettivamente c’è stato un momento della sua storia più recente in cui stava prendendo la strada del riformismo, vagheggiata da Turati all’inizio del secolo scorso e percorsa da Craxi durante la sua stagione di governo: i tre anni del governo Renzi (2014-2016) hanno espresso un chiaro tentativo in tal senso, poi conclusosi malamente con la sconfitta subita sulla riforma della Costituzione.

E poi? La nascita del Conte bis, sancendo l’abbraccio mortale del PD con il Movimento Cinquestelle, ovvero con l’ideologia statalista e assistenzialista messa in pratica attraverso il reddito di cittadinanza e i bonus per l’acquisto delle biciclette (ma non dimentichiamoci dei banchi con le rotelle, altro chiarissimo esempio della mentalità grillina), ha riportato indietro le lancette della Storia. E il PD con Zingaretti è tornato ad essere il PDS di una volta.

Il paradosso è che l’artefice di quell’accordo è stato proprio Matteo Renzi, il rottamatore della vecchia guardia post-comunista, che, senza neppure accorgersene, ha così facendo nuovamente affossato il socialismo riformista in Italia.

About This Author

Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

Post A Reply