Whatever it takes

draghi La scena forse più toccante, e scioccante, di questi ultimi giorni è quella trasmessa in tv di una giovane coppia a Bari, che in preda alla disperazione inveisce contro la porta (chiusa) di una banca e urla: -Non abbiamo più soldi-. Arrivano due poliziotti con le mascherine che dicono qualcosa; si intuisce che lo fanno con garbo e umanità: hanno perfettamete compreso che non si tratta di delinquenti, ma di persone perbene, purtroppo ridotte alla fame. E poi si vede un passante che si ferma e che, senza stare troppo a pensarci, mette una banconata nelle mani dell’uomo e un’altra in quelle della donna.

Sembra la scena di un film neorealista italiano negli anni del secondo dopoguerra. E invece è accaduto veramente, pochi giorni fa. Perché – ormai l’abbiamo sotto gli occhi- la crisi della pandemia non sta solo distruggendo la salute e la vita di tante persone; sta colpendo duramente aziende piccole e grandi, artigiani, commercianti e, soprattutto, lavoratori precari che non hanno neppure il salvagente della cassa integrazione.

Per questo ci vuole la solidarietà, oggi più che mai. Bisogna fare come il passante, che ha visto la disperazione nelle grida e negli occhi di quei due; e ha capito che l’unica cosa che in quel momento poteva servire ad aiutarli era dargli i soldi per fare la spesa.

Lo stesso deve fare lo Stato. Senza perdere tempo, saltando le maledette procedure della nostra burocrazia; evitando di fare compilare moduli e autocertificazioni, di richiedere codici Pin, password e tutte le solite diavolerie che fanno impazzire i cittadini quando hanno bisogno di qualcosa.

Lo Stato, attraverso il fisco, sa tutto di noi: sa quanto abbiamo in banca nei nostri conticorrenti, quanto guadagniamo, cosa facciamo, che macchina abbiamo, se siamo proprietari di case o stiamo in affitto. E allora deve mettere i soldi che servono direttamente nelle tasche delle famiglie che ne hanno bisogno. Non fra un mese, sarebbe troppo tardi; lo deve fare la settimana prossima.

Finora il governo ha emanato decreti, alcuni dei quali sicuramente giusti; poi ha promesso l’arrivo di 25 miliardi a cui – ha nuovamente promesso – ne seguiranno altri 25. Ma ora basta con le promesse. Poiché ci sono famiglie che non hanno come fare la spesa, deve intervenire nel giro di pochi giorni.

Atrimenti ci sarà la rivolta sociale. L’assalto ai forni come nella Milano raccontata da Manzoni o, molto più probabilmente, ai supermercati.

Lo Stato deve farsi carico dei cittadini bisognosi, travolti dalla crisi economica innescata dall’emergenza da Coronavirus. Non c’è altra via. E’ la solita vecchia ricetta dell’economista J.M. Keynes, che venne adottata da Roosvelt dopo la crisi del ’29; e grazie alla quale, nel giro di alcuni anni, gli Stati Uniti risorsero e diventarono la prima potenza mondiale.

Fare debito per rimettere in moto la macchina produttiva; per dare lavoro ai disoccupati; per fornire agli imprenditori la liquidità necessaria per risollevarsi. Questa è la via. L’ha detto chiaramente Mario Draghi in una lettera aperta al Finacial Times. L’ha ribadito il presidente Mattarella, con toni più morbidi, in un discorso “urbi et orbi”.

Ma purtroppo, finora, i nostri partner dell’Unione Europea, tranne i cugini spagnoli, ci hanno solo sbattuto la porta in faccia. Perfino Macron, solitamente allineato con le posizioni della Cancelliera tedesca, si è dissociato e ha stigmatizzato l’egoismo dei Paesi del Nord.

Con o senza l’Europa, è arrivato il momento di agire. Non è più tempo di promesse o di discorsi. L’emergenza richiede grande capacità decisionale; ci vuole, dunque, una leadership autorevole e credibile, in grado di assumersi la responsabilità di guidare il Paese.

Se Conte è capace di farlo, lo faccia. Altrimenti, come avvenne dopo la disfatta di Caporetto nel 1917, si cambi comandante supremo e si chiami chi, in passato, ha dimostrato di saper fronteggiare momenti altrettanto critici. Chi è pronto a fare “whatever it takes”: tutto quello che è necessario per salvare l’Italia e gli italiani

About This Author

Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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