Pronti per un altro lockdown?

lockdown Ancora una volta la parola “lockdown” inizia a circolare nei dibattiti televisivi e a campeggiare sulle prime pagine dei giornali. E quindi la gente intuisce che la sua possibilità sta per diventare realtà nei prossimi giorni. Fu così anche a marzo: prima venne evocata l’idea, e poi il capo del governo ce lo servì con tutto il corredo delle odiose autocertificazioni che cambiavano ogni settimana.

Lo chiamarono il modello italiano, ammirato – dicevano – in tutta Europa. In verità era il modello cinese, inventato e realizzato non a caso in uno Stato totalitario e imperialistico; ed importato da noi con tutte le difficoltà e le farraginosità di una democrazia che pretende di sospendere da un giorno all’altro la vita parlamentare nonché le libertà costituzionali dei cittadini in nome della salute pubblica.

Non fu una dimostrazione di efficienza né di lungimiranza, visto che il numero dei nostri morti non è stato certo inferiore a quello degli altri Paesi europei. Fu semplicemente un ordine dato come non avrebbe osato fare neppure Mussolini durante il Ventennio: chiudere le attività commerciali, turistiche, culturali e sportive; e starsene in casa a fare smart-working (chi il lavoro non l’aveva perso) oppure didattica a distanza oppure semplicemente niente.

La lungimiranza si sarebbe dimostrata se il governo, durante i mesi estivi, avesse lavorato per aumentare il numero dei posti nelle terapie intensive; per riorganizzare il trasporto sui mezzi pubblici; per rafforzare il sistema della medicina di base; per ristrutturare veramente le scuole e consentire di dimezzare le classi.

Invece non ha fatto niente di tutto questo. Nelle scuole sono arrivati solo i banchi con le rotelle e neppure i termoscanner per misurare la febbre agli studenti e agli insegnanti. – Misuratevela a casa – disse la Ministra, che intanto si vantava di aver speso tre miliardi per i banchi con le rotelle. E che dire dei bus e dei treni che nelle settimane dopo la riapertura delle scuole hanno continuato a riempirsi di studenti come se niente fosse successo prima dell’estate? Anziché aumentare i vagoni e le corse, magari facendo accordi con i privati, i cervelloni del Ministero dei trasporti hanno ordinato di limitare la soglia dei posti utilizzabili all’80%. Che inutile furbata!

E se qualcuno oggi manifesta i sintomi del Covid-19, ma senza essere seriamente malato, mica ci sono medici e infermieri che vanno a curarlo a casa. Così sono tutti costretti a correre in ospedale per farsi curare e, di conseguenza, intasano i reparti; col risultato che se hai bisogno di farti operare d’appendicite, sei fregato.

Bisognava assumere infermieri e medici, anche a costo di andarli a prendere tra i laureandi oppure all’estero; bisognava costruire terapie intensive, e invece hanno sbeffeggiato il lungimirante Bertolaso che, a Milano, ne aveva messa in funzione una quando il virus si era calmato o così sembrava.

E poi, perché diavolo non hanno preso i miliardi del MES, che sono stati stanziati in Europa proprio per le spese urgenti della sanità? La risposta è semplice e al tempo stesso incredibile: perché a guidare il governo c’è un Signore che in vita sua non ha mai ricevuto un solo voto dagli elettori, ed è succube di un partito populista e antieuropeista che l’ha messo a governare l’Italia.

Ma adesso il vento in Europa sta cambiando, finalmente. Non ci sono più i burocrati di Bruxelles a dettare legge e imporci l’austerity. Il dogma del pareggio di bilancio è stato sconfitto. E chi ancora si ostina a vedere nell’Europa un nemico, non ha capito niente della realtà. La dimostrazione è che il rating sull’Italia dato dalle agenzie internazionali non si è abbassato, nonostante il momento gravissimo che la nostra economia sta attraversando: questo avviene solo perché siamo in Europa.

Purtroppo la nostra è una “nave sanza nocchiere in gran tempesta” (Dante). E presto, nuovamente, ci verrà servita a pranzo e cena la minestra amara del lockdown.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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