Noi non siamo darwinisti sociali

Herbert Spencer I modi diversi con cui gli Stati europei stanno rispondendo all’emergenza del Coronavirus, evidentemente, corrispondono alle loro differenze culturali, politiche e persino antropologiche. E sono una ulteriore dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, che la costruzione della UE non si è mai profondamente radicata nelle singole realtà statuali e nazionali; limitandosi, almeno fino ad oggi, a essere solo un’unione di carattere monetario.

Non c’è dubbio che, dopo la iniziale sottovalutazione del fenomeno, adessso più o meno tutti stanno prendendo serie misure: emblematica in tal senso è la Francia, che è giunta anch’essa alla decisione di chiudere scuole e università, come è stato fatto in Italia già da alcune settimane, prima in Lombardia e poi su tutto il territorio.

Ci sono, agli estremi, due posizioni radicalmente diverse che in questo momento si fronteggiano e stanno in pratica “gareggiando” a chi l’avrà vinta sull’epidemia. E, tra di loro, alcune posizioni intermedie, come quella della Germania.

Quali sono queste due metodologie divergenti?

Da una parte quella dell’Italia, che ha sostanzialmente adottato la “cura cinese”, basata su norme rigorose che hanno chiuso scuole, musei, cinema, giardini pubblici, e tutti i negozi e le attività che non risultano indispensabili alla sopravvivenza quotidiana. Questa via è supportata dal nostro sistema sanitario pubblico, che nelle regioni più colpite sta facendo degli sforzi davvero straordinari; e gli italiani che ne stanno benificiando non potranno mai dimenticare il lavoro dei suoi operatori. Al sistema sanitario pubblico, si è necessariamente associato il welfare statale, mediante la cassa integrazione, gli assegni per l’assistenza dei bambini e degli anziani, eccetera. In poche parole: in Italia lo Stato interviene facendosi carico delle situazioni di difficoltà, come continuerà ad intervenire con una cifra miliardaria per sostenere le imprese che stanno soffrendo.

All’estremo opposto, troviamo l’Inghilterra che ha appena sancito la sua uscita definitiva dall’Unione Europea, pienamente giustificata da un referendum popolare e poi dalla vittoria elettorale di Boris Johnson. Come abbiamo sentito in televisione, Boris Johnson ha annunciato che nel Regno Unito non si prenderanno misure restrittive e precauzionali, come avvenuto se pur in forme diverse nel resto d’Europa e persino negli USA e in Australia; ma si adotterà il metodo della “immunità di gregge”, che consiste nel lasciar diffondere il virus tra la popolazione, nella certezza o speranza di rendere immuni le generazioni future.

Il metodo dell’immunità di gregge ( che suona un po’ come un’offesa al genere umano) prevede che circa il 60% della popolazione verrà contagiato e che, come ha tranquillamente annunciato il leader britannico, molte persone moriranno per il bene comune (quanti? i calcoli non sono difficili a farsi, visto che la mortalità da Coronavirus si aggira intorno 2% ).

Molti commentatori hanno individuato, nella metodologia di cura british, una precisa matrice ideologica: il liberismo. Così, secondo loro, si spiegherebbe la diversità delle cure: Italia, Francia e Spagna si sono mosse in un certo modo perché sono, più o meno, delle socialdemocrazie, democrazie liberali che poggiano su una consolidata tradizione di welfare statale; l’Inghilterra, invece, è oggi dominata dal liberismo economico, cioè da una concezione secondo la quale lo Stato meno interviene nella vita pubblica dei cittadini, nell’economia e nella sanità, e meglio è.

Secondo la mia modesta opinione, questa spiegazione non è corretta; e lo dimostra il fatto che anche Donald Trump, un super liberista, nonostante all’inizio abbia sostenuto l’idea che il Coronavirus è all’incirca come una normale influenza, adesso si è ricreduto, e ha chiesto al Congresso di stanziare 50 miliardi di dollari da investire principalmente nel sistema sanitario americano.

Dietro la scelta di Boris Johnson e del suo governo di intraprendere la strada dell’ immunità di gregge non c’è la filosofia liberista ( e dico filosofia perché il suo antico fondatore Adam Smith era un filosofo morale prima che un economista); ma il darwinismo, o meglio, la sua rielaborazione, fatta sempre in Inghilterra nella seconda metà del XIX secolo, da Herbert Spencer; che è stata definita “darwinismo sociale” e che è diventata la cutura dominante durante gran parte del secolo scorso nel Regno Unito, ma anche in alcuni Paesi dell’Europa del Nord.

In che cosa consiste il darwinismo sociale? Sostanzialmente nell’applicare la legge darwiniana della lotta per l’esistenza (struggle for life) alla società. La concezione darwiniana-spenceriana della società sostiene che anche le specie umane (razze) si evolvono e si rafforzano attraverso la selezione naturale: per cui, detto in parole povere, sopravvivono i più forti e periscono i più deboli.

Cosa ci sarebbe, dunque, di male se, per immunizzare la popolazione inglese, moriranno tre-quattrocentomila persone; la maggior parte dei quali, ovviamente, anziani e malati di altre patologie?

Boris Johnson l’ha detto esplicitamente agli inglesi, e senza battere ciglia: preparatevi a veder morire molti dei vostri cari.

Giusto per precisione storica, il darwinismo sociale, all’inzio del Novecento, trovò la sua massima diffusione in Germania, dove la parola d’ordine, durante gli anni Trenta, diventò: eugenetica razziale. Come si sviluppò la storia della Germania in quegli anni, è cosa ben nota.

Anche nei civilissimi Paesi scandinavi il darwinismo sociale ebbe molti consensi, al punto che fino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso venivano tranquillamente fatte campagne di sterilizzazione di massa di donne malate di mente, alcolizzate o socialmente pericolose.

Il darwinismo sociale e l’eugenetica radicale non attecchirono veramente in Italia neppure durante il fascismo, se non tra i fanatici del Manifesto della razza che anticipò le leggi razziali del 1938. Probabilmente, la forza della tradizione cattolica, anche all’interno della comunità scientifica, fu un buon antidoto nei confronti della diffusione dell’eugenetica nelle sue forme estreme (basterebbe ricordare la figura di Agostino Gemelli, padre francescano, medico e psicologo, nonché fondatore dell’Università Cattolica di Milano).

Certamente auguriamo agli inglesi – che in passato ci hanno insegnato la democrazia parlamentare e la cultura liberale, e ai quali per questo dobbiamo molto – di non dover soffrire troppo a causa della scelta del loro leader; scelta che il professor Mantovani, immunologo di fama mondiale, giudica “irresponsabile” (Corriere della Sera, 15 marzo).

Ma noi italiani continueremo sulla nostra strada; che è fatta di welfare, sanità pubblica, e difesa degli anziani e dei più deboli. Una strada condivisa che abbiamo già percorso durante gli anni della ricostruzione post-bellica, dopo le devastazioni prodotte dai terremoti e nei momenti delle peggiori crisi economiche.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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