L’inverno demografico

culleAvevano pensato di risolvere la crisi demografica che l’Italia sta attraversando con delle misure-spot come quella del bonus-bebè o, più recentemente, prevedendo un mese di congedo parentale anche per i padri. Ebbene, queste misure annunciate e strombazzate dagli ultimi governi non sono servite a niente: nel 2019 l’Istat ha certicato solo 435mila nascite a fronte di 657mila decessi; praticamente il saldo peggiore degli ultimi cento anni.

Bisogna ritornare al 1918 per ritrovare le stesse cifre. Ma allora c’era la Prima guerra mondiale che teneva i mariti inchiodati al fronte e lontani dalle loro mogli, a giustificare il calo delle nascite. Oggi che cos’è che impedisce alle giovani coppie di mettere al mondo figli?

Lo ha spiegato benissimo Giuseppe De Rita, il fondatore del Censis, con la sua solita precisione da sociologo di lunga esperienza: “Le culle sempre più vuote sono il risultato di un Paese impaurito, ripiegato sul presente, incapace di pensare al futuro” (La Stampa, 12 febbraio).

Non è, dunque, una questione legata alla disoccupazione o a una generale condizione di povertà – come si sente spesso dire nei dibattiti televisivi -, visto che i depositi bancari e tutte le altre forme di risparmio sono aumentate in questi ultimi anni. La verità è che i soldi non mancano alla stragrande maggioranza degli italiani ( le nostre famiglie possono sempre contare sul welfare dei nonni, nei momenti del bisogno); quindi la possibilità di mettere al mondo un primo o un secondo figlio ci sarebbe eccome; ma è venuta a mancare la “cultura” della famiglia, e non solo della famiglia in senso tradizionale, che è il sostrato necessario dello sviluppo sociale.

De Rita spiega che “una società che non sa più dire “noi” non fa figli”. La manifestazione più evidente di questa chiusura in una dimensione egocentrica e autoreferenziale è la grande diffusione dei social i quali, nonostante che il nome dovrebbe rinviare a un’idea di apertura verso la società e quindi di allargamento, testimoniano esattamente il contrario. Lo vediamo tutti i giorni nelle nostre case, sui mezzi pubblici, nelle scuole, nelle sale d’attesa degli ospedali: le persone non comunicano tra di loro, non si parlano, a stento si guardano; stanno quasi sempre con il capo chino sul proprio smartphone, a guardare foto di amici virtuali e a leggere o scrivere commenti che talvolta rasentano la volgarità e persino la violenza verbale.

Di fronte a tutto ciò, non può certo essere sufficiente regalare pannolini alle neo-mamme e nemmeno istituire asili gratis. Quello che serve, a questo punto, è una vera e proria rivoluzione culturale, basata su una vasta campagna di propaganda che ritorni a mettere al centro della società l’idea di famiglia e di procreazione.

E poi sarebbe utile guardare a quello che hanno fatto di positivo in altri paesi d’Europa; per esempio, la laicissima Francia nel 2016 ha destinato 53 miliardi (2,5% del Pil) alla voce “famiglia e figli”. Lì, le famiglie ricevono 927 euro a ogni nascita, e questo è solo l’inizio: fino ai tre anni del figlio viene elargito un assegno di 185 euro mensili e, soprattutto, più bambini ci sono e meno tasse si pagano.

L’Italia, che finora non è stata capace di contrastare con delle politiche lungimiranti e di ampio raggio quello che ormai viene definito “inverno demografico”, si sta condannando al declino.

Ma è evidente che, per fare politiche veramente efficaci, ci vogliono governi stabili, frutto di alleanze autentiche, basate sulla comunanza dei valori e delle vedute. Fintanto che andremo avanti con leadership debolissime e con governi arlecchino, tenuti insieme solo dalla paura di tornare a votare e di perdere la sicurezza delle “poltrone”, non sarà possibile invertire la rotta di questa nave-Italia che sta andando sempre più alla deriva.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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