La scuola delle rime boccali

bocca Se pensate che la rima boccale sia lo stesso della rima baciata (quella che Umberto Saba celebrò con i bellissimi versi: “Amai trite parole che non uno / osava. M’incantò la rima fiore / amore, / la più antica difficile del mondo”), ebbene vi sbagliate.

E per capire di cosa realmente si tratta, dovrete prendere in mano le linee guida sulla Scuola, appena divulgate dalla ministra Azzolina e dal premier Conte, dove si precisa una volta per tutte che gli studenti italiani torneranno in classe il 14 settembre, ma alla distanza minima di un metro tra le loro rime boccali; che, tradotto dal burocratese post-Covid, significa semplicemente da bocca a bocca.

Il distanziamento sociale in classe non si misurerà più da banco a banco, com’era stato in precedenza anunciato, ma in base al punto preciso in cui le labbra di ogni alunno si toccano, e quindi “rimano”.

Un vero e proprio capolavoro linguistico-anatomico che denota il livello dell’ingegno e della fumosità della compagine grillina nel Ministero dell’Istruzione; alla quale soltanto un miracoloso ripensamento del Pd all’ultimo momento ha sottratto la responsabilità dell’Università.

Certo è che la scuola italiana è veramente sfigata: si è ritrovata una Ministra con l’esperienza professionale e la competenza di un qualsiasi insegnante delle superiori nel momento più difficile di tutta la storia della Repubblica. Quando ci sarebbe voluto, come in passato, un Aldo Moro o un Giovanni Spadolini o un Tullio De Mauro o semplicemente una Franca Falcucci che per prima iniziò ad aprire all’informatica, ci siamo ritrovati Lucia Azzolina che per formazione politica proviene dalle fila di un movimento per sua natura anti-istituzionale e anti-sistema. E’ come se, nel momento peggiore degli Anni di piombo, a combattere il terrorismo non ci fosse stato il generale Dalla Chiesa, bensì un pacifista del Partito radicale.

Ma tant’è, per cui torniamo allo scenario del 14 settembre. Dai calcoli pubblicati sul Corriere della Sera sembra che, data la prevista distanza tra le “rime”, avremo circa un milione di studenti in più, ai quali andrà trovata una degna sistemazione per garantire il loro diritto allo studio. Anche se nel testo delle linee guida non ci sono riferimenti espliciti, di sicuro la fervida immaginazione grillino-ministeriale si scatenerà nelle prossime settimane per suggerire agli Enti locali dove reperire gli spazi necessari.

Scusate se allora ripropongo un argomento “trito”, come direbbe Saba: il tema dell’edilizia scolastica, ovvero di un grande piano di lavori pubblici mirato alla costruzione di nuove scuole, è stato eliminato dagli orizzonti immediati o soltanto rinviato a data da destinarsi, com’è prassi di questo governo? E’ evidente che non si può edificare nel giro di uno o due mesi, ma non sarebbe comunque l’estate il momento buono per iniziare a mettere mano al suddetto piano? Ci sono scuole, per esempio, che hanno grandi spazi esterni che potrebbero essere facilmente riempiti con prefabbricati di ottima fattura; altre che hanno urgentemente bisogno di lavori di ristrutturazione o di messa a norma.

Ma soprattutto bisognerebbe inziare a progettare edifici scolastici di piccole e medie dimensioni, che col tempo andrebbero a sostituire quei brutti casermoni da edilizia sovietica, contenenti 1000-2000 studenti, e attualmente diretti da un Dirigente il cui lavoro (non invidiabile) è diventato necessariamente solo di tipo burocratico.

Oltre all’edilizia, è arrivato il momento di ripensare completamente gli indirizzi di studio nelle scuole superiori. Grazie anche alla connivenza dei sindacati confederali, negli ultimi 30-40 anni la scuola italiana è diventata sempre più un serbatoio utilizzato per assorbire la disoccupazione intellettuale: per questo oggi ci sono indirizzi (specialmente negli istituti professionali e nei tecnici) con un numero di materie eccessivo e senza alcun senso sul piano didattico. Contemporaneamente il reclutamento dei nuovi insegnanti, sempre con l’avvallo dei sindacati della scuola, è avvenuto non sulla base di concorsi meritocratici e veramente selettivi, ma molto spesso tramite sanatorie generalizzanti dei precari.

Per concludere, bisognerebbe poi abolire il termine ossimorico Didattica a distanza (DaD). La didattica vera è quella che si fa a scuola, in classe, con l’insegnante che mentre parla guarda negli occhi i suoi studenti; e con gli studenti che possono intervenire, fare domande e persino sbadigliare se non sono adeguatamente stimolati. Quello che abbiamo fatto nei mesi del lockdown è risultato un surrogato, utile perché era meglio di niente. Ma non chiamatela didattica.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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