L’America divisa

US Ho iniziato a conoscere ed amare gli Stati Uniti d’America all’inizio degli anni Sessanta, quando mio padre mi portava al cinema a vedere i film western di cui era un patito oltre che un profondo conoscitore. E quella passione ha continuato a crescere in me durante il liceo e l’università; negli anni della contestazione giovanile e della protesta contro la guerra del Viet-Nam, ma anche della grande stagione della musica rock e dei nuovi divi di Hollywood come Robert De Niro, Al Pacino, Jack Nicholson.

Io e tutta una generazione di miei coetanei, cresciuti con i miti di Easy Rider e di Cassius Clay, abbiamo amato gli Stati Uniti anche quando ne criticavamo la politica estera. Ricordo benisssimo la sera che andammo a vedere Apocalipse Now di Francis Ford Coppola, che della guera in Viet-Nam riuscì a dare una rappresentazione tragica e al tempo stesso esteticamente raffinata. Guardammo rapiti la scena degli elicotteri da guerra che si scatenavano su un villaggio di viet-cong al suono della meravigliosa sinfonia wagneriana; oppure le scene dei combattimenti notturni con la colonna sonora dei Doors.

Nel bene e nel male, gli Stati Uniti erano un faro per i giovani di allora. E non solo per la loro indiscussa supremazia economica e tecnologica. In quegli anni esprimevano il meglio in tutti i campi culturali, attraverso l’innovazione continua e la sperimentazione: un vero e proprio way of life che ci affascinava e ci spingeva a farne il nostro modello di vita.

Anche quando nel 1981 arrivò alla presidenza Ronald Reagan, capimmo che era un rivoluzionario nonostante provenisse dal partito dei conservatori. E infatti fu grazie alla sua strategia di apertura che in seguito Gorbaciov riuscì a smantellare l’Unione Sovietica, e a provocare il più grande cambiamento della seconda metà del Novecento: la caduta del Muro di Berlino.

Quando poi feci un lungo viaggio negli States, da New York a San Francisco, mi resi conto che gli americani erano veramente una Nazione, che ancora si fondava su quegli ideali di libertà e di comunità che avevano tanto impressionato il giovane Alexis de Tocqueville, autore del celeberrimo La democrazia in America.

Il sistema bipartico permetteva l’alternanza, ma al tempo stesso gli americani si sentivano uniti sotto i simboli identitari della bandiera e dell’inno; tra repubblicani e democratici c’erano competizione, scontri duri, campagne elettorali infuocate, ma poi tutto si ricuciva una volta eletto il Presidente che diventava il Chief in commander, da tutti riconosciuto.

Non saprei dire esattamente quando le cose sono iniziate a cambiare. Certamente l’ultimo grande sussulto di unità nazionale lo vedemmo all’indomani della tragedia delle Torri Gemelle. Il cordoglio per le vittime affratellò gli americani più di quanto lo fossero mai stati in precedenza. E la reazione militare nei confronti dei terroristi di Al Qaeda fu la dimostrazione che il gigante era stato ferito, ma si era già rialzato e aveva mostrato la sua potenza di fuoco.

Forse il declino degli Stati Uniti è inizato con Bush junior e con la sua sciagurata guerra contro Saddam Hussein, alla ricerca di armi di distruzione di massa che non vennero mai trovate: una guerra che ebbe come sole conseguenze la morte del dittatore e la destabilizzazione di quell’intera area geopolitica.

Durante le seguenti presidenze democratiche, di Bil Clinton e Barack Obama, la Nazione americana aveva già perso la leadership mondiale, anche se in quegli anni continuavano a nascere movimenti che portavano avanti la questione dei diritti civili, come per esempio il movimento del gay pride.

Ma intanto la sinistra dem andava staccandosi sempre più dalle masse popolari delle sterminate province e delle periferie metropolitane. Cosa avevano in comune gli operai delle industrie automobilistiche con i coniugi Clinton e persino con il primo presidente black della storia americana, Obama, uscito dalla prestigiosa università di Harvard? Né il linguaggio, né i comportamenti individuali, né tantomeno gli obiettivi concreti di breve e medio termine.

La questione dei diritti civili, agli inizi del nuovo secolo, sembrò avviarsi verso forme radicali e mode sempre più distanti dal comune sentire e da quei valori tradizionali che erano tipici del popolo americano dai tempi di George Washington in poi. George Washington, il padre della Patria, che oggi viene insultato e accusato dagli attivisti del Black-lives-matter di essere stato uno schiavista; per non parlare di Cristoforo Colombo, il più grande esploratore di tutti i tempi, le cui statue vengono rimosse o imbrattate con le stesse ridicole motivazioni.

Anche per questo Hilary Clinton fu sconfitta alle elezioni presidenziali da un eccentrico miliardario, Donald Trump, che riuscì a parlare al cuore della gente. Mentre lei era amata dagli intellettuali e artisti radical-chic, nonché dagli imprenditori del mondo della finanza e della comunicazione globale, The Donald si rivolgeva direttamente agli operai, ai disoccupati, agli evangelisti, alle persone comuni.

La reazione dell’establishment, dopo la vittoria di Trump, fu davvero rabbiosa. – Not my president – essi dissero, e così facendo contribuirono a provocare una frattura nel popolo americano che oggi, durante la recente campagna elettorale, si è aggravata, fino a raggiungere i toni di una vera e propria civil war (solo i toni, per fortuna).

Quando l’avversario diventa un nemico, anche se in tasca ha il passaporto degli USA e giura sulla Costituzione, le conseguenze politiche e culturali possono essere devastanti. Noi italiani la conosciamo bene questa storia, che ebbe inizio nei primi anni Novanta, con la discesa in campo di Berlusconi; ma che forse è ancora più antica, perché risale ai tempi della nostra guerra civile tra fascisti e anti-fascisti.

Ma torniamo agli USA. Le reazioni di Donald Trump alla sua ormai certa sconfitta sono state indubbiamente scomposte, questo è sotto gli occhi di tutti. Ma non era stata anche Hilary Clinton a reagire più o meno allo stesso modo, imputando la sua sconfitta all’intrusione dei servizi segreti russi (sic!) nelle elezioni presidenziali di quattro anni fa?

Donald Trump ha avuto il grande merito di portare davanti all’opinione pubblica occidentale la minaccia dell’imperialismo cinese, e di avviare una coraggiosa politica di contrasto del gigante totalitario sotto il profilo commerciale e tecnologico. Joe Biden, il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, sarà in grado di continuare a contenere l’espansionismo commerciale e militare della Cina lungo la Via della seta? E – questione che ci riguarda molto da vicino – gli Stati Uniti di Biden torneranno a guardare all’Europa come il loro principale alleato, nel solco della tradizione atlantica che, a partire dal secondo dopoguerra, ha permesso ai nostri popoli di crescere e prosperare in pace?

About This Author

Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Ho insegnato per molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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