L’abito non fa il monaco?

silvia Nel caso di Silvia Romano sembrerebbe proprio di sì: perché la sua scelta di presentarsi ai fotografi e alla famiglia, coperta dalla testa ai piedi con un hijab verde, non è certo casuale. E come ha spiegato chiaramente l’antropologa di orgini somale Maryan Ismail, quello non è certo l’abito tradizionale delle donne somale musulmane; bensì il velo loro imposto da quando i talebani africani di Al Shabab hanno preso il sopravvento in quel Paese.

Quindi, ammesso che di libera conversione all’islam si sia trattato per la giovane cooperante da poco liberata – e non di lavaggio del cervello, com’è più probabile che sia stato -, sgomberiamo subito il campo da ogni ambiguità: noi gioiamo che la ragazza sia stata restituita all’affetto dei suoi familiari, e le auguriamo di superare quanto prima il trauma della prigionia e di tornare in buona salute fisica e mentale.

Né ho voglia di addentrarmi nella questione economica del riscatto. Fosse stata mia figlia, io mi sarei incatenato davanti alla Farnesina a Roma, fino a quando me l’avessero riportata a casa. Gli israeliani che vivono da sempre circondati da nemici, è vero che non pagano riscatti in denaro; ma pur di riavere indietro l’ultimo dei loro soldati, sono pronti a liberare centinaia di prigionieri dalle loro carceri, affiliati delle peggiori organizzazioni terroristiche.

Lo Stato che paga per riportare indietro un italiano, anche se questo si fosse comportato da sconsiderato, è uno Stato etico, come direbbe il filosofo Giovanni Gentile; e quindi fa bene. E poi, la parabola del figliol prodigo ce la siamo già dimenticata?

Un piccolo discorso, però, lo vorrei fare sulle Ong, come quella denominata Africa Miele da cui dipendeva Silvia Romano ( non sto certo parlando di Medici senza frontiere). Vanno in Africa senza alcuna competenza specifica: non portano in quelle aree medici, infermieri, periti agrari o ingegneri che sarebbero veramente d’aiuto. Nella maggior parte dei casi ci mandano giovani come Silvia Romano, animati sicuramente da buoni sentimenti, ma che non hanno una qualifica tecnica, e che poi si trovano a contattto con popolazioni di cui non conoscono neppure la lingua.

E non avendo ricevuto nessuna formazione specifica (alla Romano non avevano fatto neanche l’assicurazione medica), si muovono come sprovveduti in zone altamente pericolose; e rischiano di finire nei guai.

Il volontariato è un affare serissimo, e per capirlo basta guardare quello che i volontari della Protezione civile hanno fatto da noi dopo i terremoti e nei giorni peggiori del Covid-19.

Ma ci vogliono competenze tecniche, lungo addestramento e una perfetta organizzazione alle spalle. Le Ong, spesso, rassomigliano più a delle associazioni per il tempo libero. Passi se si dedicassero all’assistenza degli anziani nelle nostre città (ce ne sarebbe davvero bisogno); ma andare in Africa senza saper operare un’appendicite o scavare un pozzo per l’acqua o gestire un’azienda agricola, beh, diciamo la verità, non serve a niente.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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