La politica nei giorni del Coronavirus

raffa Se volessimo assegnare il premio della tragicomicità nei giorni del Coronavirus, non c’è dubbio che la coppa andrebbe al premier Conte: comico nel suo farlocco tentativo di assumere le sembianze del protettore civile (stile Bertolaso, magari ce l’avessimo ancora), per cui il maglioncino blu navy al posto delle solite giacca scura, cravatta a tinta unita e tradizionale pochette bianca, come quelle indossate dai leader democristiani del monocolore serio, che guidarono l’Italia negli anni della ricostruzione post-bellica; tragico perché, con le sue continue apparizioni televisive in una delle passate domeniche, non ha fatto che accrescere il livello della paura nella gente, al punto da generare il panico che poi ha portato a svuotare i supermercati per fare provviste, come se fossimo sul baratro di una terza guerra mondiale.

Per non parlare degli effetti devastanti sul piano dell’economia nazionale e dell’immagine dell’Italia nel mondo, che i suoi discorsi dai toni catastrofisti hanno prodotto; al punto che ora non lasciano sbarcare i turisti italiani all’estero e, viceversa, le prenotazioni per le prossime vacanze pasquali nelle nostre bellissime località di mare e di montagna sono state in gran parte annullate.

La comunicazione istituzionale del premier Conte, in tutta questa vicenda, è stata veramente pessima; e quindi, purtroppo, responsabile di conseguenze negative. D’altra parte, che cosa ci si può aspettare da un capo di governo che si fa istruire sugli stili comunicativi da un certo Casalino, notoriamente laureato all’università del Grande Fratello?

Vero è che anche il governatore della Lombardia Fontana – un amministratore competente, persona solitamente di pochi discorsi e molti fatti – qualche inutile allarmismo l’ha instillato, mostrandosi in diretta Facebook mentre si calava, goffamente, la mascherina sul muso e ci informava di essersi isolato nel suo studio, in quarantena volontaria, perchè una sua collaboratrice aveva i sintomi influenzali. Come a dire: cittadini lombardi e non, fate come me: appena incontrate qualcuno che starnutisce, barricatevi in casa e non uscite per almeno due settimane.

E se a questa suggestiva performance del governatore Fontana aggiungiamo la chiusura del Duomo di Milano, della Scala e dei principali musei nel glorioso Lombardo-Veneto – e tutto ciò rimbalza ingigantito sui media internazionali -, è ovvio che nei prossimi mesi il turismo in Italia, cioè una delle nostre principali aziende se non la prima per fatturato, va a farsi fottere, per dirla in parole povere.

Per fortuna, ci hanno risparmiato lo spettacolo angosciante, in precedenza annunciato, delle partite di calcio a porte chiuse, a cui abbiamo assistito altre volte, ma solo per gravi e giustificati motivi di ordine pubblico. Evidentemente, qualcuno in grado di ragionare secondo la logica del normale buon senso, esiste ancora.

Un altro segnale positivo pervenuto è che la grande mostra per i cinquecento anni dalla scomparsa di Raffaello Sanzio verrà inaugurata nei prossimi giorni, così com’era previsto, alle Scuderie del Quirinale. Averla rinviata, per la Capitale, sarebbe stato il segnale della disfatta: ci avrebbe ricordato quel terribile 8 settembre 1943, sul quale Galli della Loggia ha scritto un bel libro intitolato proprio “La morte della patria”.

Ma così non sarà. Perché, anche se il Coronavirus ha preso Milano, Roma non si arrenderà: ha una storia ancora più antica e solida alle sue spalle; una forza che risale alle sue origini latine e cristiane, tale che persino gli Unni di Attila, flagellum Dei, si fermarono dinanzi alle insegne del papa Leone I.

Per tenerla in vita, questa storia, bisogna tenere aperti i musei, i teatri, i luoghi della cultura: sono quelli i nostri migliori anticorpi.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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