Il fantasma del comunismo

manifesto 2 Correva l’anno 1848, quando Carlo Marx e Federico Engels scrivevano che un pericoloso spettro (il comunismo) si aggirava per l’Europa. Quello spettro, che nel corso del secolo successivo avrebbe fatto danni incommensurabili ma sembrava essersi dileguato definitivamente dopo la caduta del Muro di Berlino e del regime sovietico, in realtà ogni tanto ritorna. E, anche se non ci terrorizza come una volta, ci fa sussultare come il fantasma di Canterville che, nel racconto di Oscar Wilde, spaventa la famiglia Otis.

Il fantasma del comunismo è ricomparso nel Parlamento italiano, quando alcuni onorevoli della Sinistra estrema hanno sinistramente presentato un emendamento alla legge di Bilancio con cui vorrebbero introdurre la tassa patrimoniale. Come tutti ricordano, quello della tassa patrimoniale è un leit-motiv dei comunisti sopravvissuti, i quali, seguendo ancora alla lettera le indicazioni contenute nel celebre Manifesto della coppia anglo-tedesca sopra indicata, vorrebbero espropriare i capitalisti della loro ricchezza (quella che le persone normali considerano proprietà privata e che le costituzioni liberal-democratiche di tutto il mondo definiscono un diritto naturale degli uomini).

Ma il punto è che la patrimoniale (all’amatriciana) non andrebbe a intaccare i grandi capitali, perché non si sta provando a tassare, per esempio, i colossi del Web che guadagnano miliardi anche a casa nostra e poi pagano (comodamente) le tasse in Irlanda o in Olanda, aumentando ulteriormente i loro profitti.

Secondo il fantasma del comunismo, che parla per bocca dei vari Fratoianni, Orfini, Speranza ecc., bisognerebbe colpire progressivamente i patrimoni dai 500 mila euro in su. E qui l’Uomo qualunque magari direbbe: – Chi ce l’ha 500 mila euro? Tutto sommato non è una brutta idea.

Invece non è così, perché, nel calcolo del patrimonio, i vetero-comunisti vorrebbero considerare anche le nostre case; e, siccome noi italiani siamo in gran parte proprietari di un appartamento di tre o quattro stanze, bagno, cucina e box-auto, si farebbe presto a superare la soglia fatidica dei 500 mila, e vedersi quindi applicata la vampiresca tassa patrimoniale.

Insomma, a guardare bene in bocca a caval donato, si capisce dove vogliono arrivare i seguaci del fantasma marxista: a colpire il ceto medio, non i veri capitalisti; perché noi povericristi del ceto medio le tasse siamo costretti a pagarle tutte (soprattutto se in busta-paga), mentre quegli altri s’imboscano facilmente i grandi capitali e li spostano oltre confine.

Ma non è finita qui. Il fantasma del comunismo non si limita a frequentare il Transatlantico dove, abbiamo visto, ha ancora parecchi “followers”. Purtroppo si è rifatto vivo persino in Vaticano, ed ha trovato un portavoce molto autorevole: papa Francesco.

Non si scandalizzi il lettore cattolico, non ho certo intenzione di recare offesa alla figura del Santo Padre, ma semplicemente di constatare che il suo ultimo intervento sul tema della proprietà privata si inscrive perfettamente nel solco del pensiero marxista.

Cos’ha detto recentemente papa Francesco sulla proprietà privata, in un testo indirizzato ai giudici che in Africa e in America si occupano di giustizia sociale? Ha ribadito quanto aveva già espresso in passato, ma questa volta con una chiarezza adamantina; e cioè che “la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto e intoccabile il diritto alla proprietà privata”, perché “la proprietà privata è un diritto naturale secondario derivato dal diritto che hanno tutti, nato dal destino universale dei beni creati”. Più chiaro di così, non si può.

Ma questo è marxismo bell’e buono, direbbe sempre il nostro Uomo qualunque.

E che male c’è? A esser marxisti, non si fa mica peccato.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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