La giustizia da Craxi a Berlusconi

berl C’è un inquietante “fil rouge” che scorre nel corso degli anni e caratterizza momenti salienti della Prima e della Seconda Repubblica italiana. E’ la politica di annientamento dell’avversario percepito come nemico, nata all’interno del Partito comunista e alimentata in seguito dai suoi epigoni.

E’ evidente che la politica, in questo caso, ha preso la forma del disprezzo e finanche dell’odio vero e proprio.

Quando, dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica, i socialisti guidati da Nenni iniziarono a prendere le distanze dal loro antico alleato comunista, diventarono ben presto “traditori”e “nemici del popolo”; e finirono per ricevere gli stessi epiteti che i comunisti avevano usato in precedenza contro il primo vero riformista della nostra storia repubblicana, Giuseppe Saragat, che Pajetta apostrofò pubblicamente come “traditore del socialismo”.

Ma fu con Bettino Craxi, primo socialista a diventare nel 1983 Presidente del Consiglio dei Ministri, che la politica dell’odio comunista toccò il suo punto apicale. Perché Craxi aveva compiuto il salto definitvo, teorico e programmatico, avendo definitivamente abbandonato il marxismo per ancorarsi alla tradizione del socialismo libertario di Proudhon, e avendo duramente attaccato la politica berlingueriana del compromesso storico tra la Dc e il Pci, che considerava un partito ancora intimamente filosovietico.

Giusto per fare un esempio della lungimiranza del governo Craxi, vogliamo ricordare il taglio di tre punti della scala mobile, attuato con il consenso della Uil e della Cisl, ma fortemente osteggiato dalla Cgil e dal Pci; e poi definitivamente confermato nel passaggio referendario del giugno 1985.

Purtroppo Craxi non fece in tempo ad attuare la grande riforma delle istituzioni, che avrebbe fatto dell’Italia un paese veramene moderno, per i motivi arci-noti della stagione di Mani Pulite, in cui la Procura di Milano diventò praticamente il braccio operativo della politica dell’odio comunista.

Anno 1993: dopo le indagini e i processi per finanziamenti illeciti, la Democrazia cristiana e il Partito socialista non esistono più; i Pm di Mani Pulite hanno smantellato i due principali partiti della storia della Repubblica, ma hanno “salvato” il Partito comunista (e non perché questo non avesse largamente usufruito di finanziamenti illeciti) che, dopo la caduta del muro di Berlino, è diventato il Partito Democratico della Sinistra (Pds) e che, con il suo leader Achille Occhetto, si appresta a vincere le prossime elezioni e a governare il Paese.

Ma Silvio Berlusconi, l’imprenditore delle televisioni amico di Craxi, scende in campo con un nuovo partito, Forza Italia, e si mette a capo di un’allenza di centro-destra con la quale vince le elezioni del 1994. Inevitabilmente, si riaccende contro di lui la politica dell’odio comunista (anche se il termine “comunista” è ufficialmente scomparso dal vocabolario della Sinistra).

E subito la lotta al nemico del popolo Silvio Berlusconi, che ha il peccato originale di essere ricchissimo oltre che apertamente anticomunista, si trasferisce nelle aule di tribunale. Anche contro di lui, come in precedenza per Craxi, è la Procura di Milano a scatenare un vero e proprio accanimento giudiziario. Nel corso degli anni vengono istruiti contro Berlusconi una sessantina di processi per i reati più vari: falso in bilancio, prostituzione minorile, tangenti alla Guardia di Finanza, corruzione semplice, corruzione dell’avvocato David Mills, rivelazione di segreto d’ufficio, processo SME, corruzione giudiziaria, falsa testimonianza etc.

In tutti questi processi Berlusconi verrà assolto perché il fatto non costituisce reato o per intervenuta amnistia o per prescrizione. Fino al primo agosto 2013, quando la Corte di Cassazione conferma la condanna per frode fiscale del processo d’appello Mediaset e lo condanna a quattro anni di detenzione (di cui tre beneficiati dall’indulto); per questo egli risulterà, in virtù della legge Severino, incandidabile e quindi estromesso per sempre dal Parlamento italiano.

Giugno 2020: sul Riformista diretto da Pietro Sansonetti vengono pubblicate le dichiarazioni registrate durante un colloquio tra Silvio Berlusconi e Amedeo Franco, magistrato che fu il relatore del processo Mediaset in Cassazione. Le parole del giudice sono chiarissime: “Berlusconi deve essere condannato a priori perché è un mascalzone! Questa è la realtà…a mio parere è stato trattato ingiustamente e ha subito una grave ingiustizia…l’impressione che tutta questa vicenda sia stata guidata dall’alto…”

Il “fil rouge” della politica italiana (l’intreccio tra odio comunista e magistratura militante) viene così, ancora una volta, alla luce. Ed un altro suo nodo è finalmente sciolto.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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