Bella ciao, ciao, ciao

bella Cantare “Bella ciao” a scuola dovrebbe diventare, già da questo anno scolastico, una delle competenze richieste ai nostri studenti, secondo la proposta di legge presentata ad aprile scorso da alcuni noti parlamentari dem come Piero Fassino, Michele Anzaldi e Stefania Pezzopane.

Se fosse rimasta una semplice, per quanto bizzarra proposta di legge (ancora più bizzarra perché partorita nel momento peggiore della pandemia), non ci sarebbe di che preoccuparsi. Il guaio è che la legge, appena licenziata dalla commissione, è in procinto di essere sottoposta all’approvazione del Parlamento, dove permane una maggioranza rosso-gialla di deputati e senatori idealmente partigiani, pronti ad elevare la celebre canzone resistenziale a vice-inno nazionale.

Ma davvero meriterebbe “Bella ciao” di essere studiata a scuola nelle ore di educazione civica e cantata insieme all’Inno di Mameli durante le manifestazioni ufficiali della Repubblica?

Per rispondere a questa domanda, bisogna conoscere la storia della canzone: come spiegano gli studiosi A.Virgilio Savona e Michele Straniero nei loro libri sulle canzoni italiane, “Bella ciao” non era affatto cantata dai partigiani durante gli anni della Resistenza (1943-45); ma si diffuse nel dopoguerra, sulla scorta di diverse melodie popolari, e divenne poi notissima, tradotta in molte lingue, solo dopo essere stata cantata al festival mondiale della Gioventù democratica che si tenne a Praga nel 1947. Anche Giorgio Bocca, famoso giornalista ed ex partigiano piemontese, disse di non avere mai sentito cantare dai suoi compagni “Bella ciao”, ma che si trattava soltanto di un vecchio canto popolare dalmata successivamente diffuso in vari festival canori.

Insomma, “Bella ciao” è diventato l’inno della Resistenza a guerra finita e, se vogliamo dirla tutta, di quella parte della Resistenza che si richiamava alle Brigate partigiane Garibaldi, socialiste e comuniste; le quali, quando marciavano sulle montagne o si ritrovavano intorno al fuoco nei loro campi, cantavano ben altre canzoni: per esempio “Fischia il vento”, ripresa dalla sovietica “Katjusha”.

A differenza dell’Inno di Mameli, che nacque durante uno dei momenti fondamentali del nostro Risorgimento di poco precedente la prima guerra d’Indipendenza, “Bella ciao” è dunque una semplice canzone popolare che, nel corso degli anni cinquanta e sessanta, venne utilizzata per rappresentare un certo aspetto della Resistenza. In questo senso sì, davvero può definirsi “partigiana”, cioè di una parte soltanto.

Lo capì bene un grande esperto di canzoni italiane: Gianni Morandi, quando era conduttore dell’edizione 2011 del festival di San Remo, annunciò che, per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, avrebbe cantato “Bella ciao” e subito dopo l’inno fascista “Giovinezza”.

Ma la sua proposta di riconciliazione canora degli italiani provocò un coro di polemiche e di indignazione partigiana; e non se ne fece nulla.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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