Una tragedia sfiorata

bus La nostra bella Italia è davvero il Paese dei paradossi: c’è un tizio che in passato è stato condannato per abusi su minori (e quindi dicesi “pedofilo”); lo stesso tizio viene poi beccato ubriaco alla guida della sua macchina e gli viene sospesa per un certo periodo la patente (come lo vogliamo chiamare uno così se non “ubriacone”?). Ebbene, che lavoro riesce a fare un individuo del genere? L’autista di scuola-bus.

E’ davvero un parodosso tutto italiano. Una roba da non crederci. Eppure è accaduto. Se poi aggiungiamo che lo stesso uomo (un immigrato senegalese di nome Sy Ousseynou diventato italiano da quando aveva sposato una italiana) sequestra lo scuola-bus con tutti i ragazzini dentro e con l’intenzione di bruciarli vivi, allora diventa la scena di un film horror che neppure gli sceneggiatori di Hollywood avrebbero mai immaginato.

Grazie a Dio e al coraggio di due ragazzini che riescono a chiamare aiuto con un cellulare, il pedofilo-ubriacone ed anche terrorista verrà bloccato dai carabinieri e tutti i passeggeri del bus torneranno a casa dai loro genitori, illesi ma certamente segnati per sempre nel profondo.

In un Paese normale una vicenda del genere, che solo per un miracolo non si è tramutata in tragedia, farebbe partire immediatamente tutta una serie di controlli a tappeto sugli autisti di scuola-bus da Bolzano a Siracusa, senza tralasciare neppure le più piccole scuole di montagna e delle isole minori. Ovviamente andrebbero anche accertate le responsabilità di chi ha assunto il pedofilo-ubriacone e gli ha consegnato la vita di cinquanta studenti della scuola media.

In un Paese normale si farebbe tutto il possibile per evitare che una bruttissima storia così possa mai ripetersi; e tutti, partiti di governo e di opposizione, media, opinion leader eccetera si unirebbero nello stesso coro per sollecitare, anzi costringere le istituzioni centrali e locali a fare i dovuti controlli e stabilire per il futuro regole molto più severe.

Ma l’Italia è il Paese dei paradossi. E allora succede che non si leva un coro unanime col solo intento di salvaguardare la sicurezza dei nostri figli e nipoti, il bene più prezioso degli italiani come si diceva fino a qualche anno fa; succede, invece, che a sinistra riaprono il dibattito sullo ius-soli. Perché i due eroici ragazzini del bus, pur essendo nati in Italia, non hanno ancora la cittadinanza in quanto figli di genitori egiziani e marocchini.

Lasciamo da parte il fatto che persino il ministro dell’Interno si è detto favorevole a un intervento straordinario nei loro confronti, accelerando quindi il procedimento burocratico che normalmente può avere inizio soltanto a diciott’anni compiuti e su richiesta dell’interessato. Resta il fatto, paradossale a dir poco, che una parte della politica italiana provi a strumentalizzare per fini ideologici un avvenimento di questa portata; e quindi a dividere anziché unire l’opinione pubblica quando sarebbe, almeno in questo caso, molto più logico e utile per tutti avere degli obiettivi condivisi.

L’ho già scritto in passato, per cui non mi voglio dilungare un’altra volta: ma la cittadinanza italiana deve restare un traguardo che un giovane di origine straniera può ottenere solo dopo un percorso legale e meritevole, e in base a una sua scelta consapevole. Ecco perché i 18 anni dello ius soli.

Ed ecco perché sarebbe opportuno revocarla a quell’infame terrorista: perché ha dimostrato di non meritarla.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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