Un martire della libertà

Palach Cinquant’anni fa, esattamente il 19 gennaio 1969, a Praga, in piazza San Venceslao, uno studente universitario di ventun’anni si cospargeva il corpo di benzina e si dava fuoco. Il suo, per quanto estremo e incomprensibile possa ancora apparire, non era il gesto di un folle; ma aveva lo scopo preciso di lanciare un grido – dolorosissimo – di protesta, che sarebbe stato ascoltato da milioni di persone in tutta Europa e non solo.

Quel ragazzo studiava filosofia e, come moltissimi suoi coetanei, aveva partecipato con entusiamo alla svolta democratica avvenuta in Cecoslovacchia grazie al nuovo leader, Alexander Dubceck. La ventata di novità era arrivata così improvvisa e carica di speranze per un futuro di libertà, che l’avevano ribattezzata “Primavera di Praga”. Dopo gli anni cupi dello stalinismo che aveva prodotto regimi di stampo sovietico in tutti i paesi del blocco comunista, finalmente in Cecoslovacchia, con Dubcek, si era riaperta la strada verso la democrazia.

E’ difficile, per noi che siamo nati e vissuti nell’Italia democratica del dopoguerra, capire quanto fosse opprimente e asfissiante un regime comunista dell’Europa dell’Est. C’è un bellissimo film tedesco, Le vite degli altri (Das Leben der Anderen), che lo spiega bene: vivere senza nessuno spazio di libertà individuale; essere continuamente spiati, controllati, ricattati; non potere esprimere il proprio pensiero, mai, neppure con gli amici. Questo era il “modus vivendi” in quelle società.

Quando con la primavera politica di Dubceck si fecero le prime riforme di carattere economico e si ristabilirono le libertà di stampa e di espressione, con lo scopo dichiarato di smantellare il regime, certamente quella gente tornò a sentirsi viva, a respirare, a parlare.

Ma quando nell’agosto del 1968 arrivarono a Praga i soldati e i carri armati dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati del patto di Varsavia, che misero fine al nuovo corso, per tutti – e, immagino, soprattutto per i giovani – la delusione e il senso di frustrazione furono insopportabili.

Nessuno poteva ragionevolmente pensare di opporsi alla potenza militare dell’esercito invasore. Dubcek stesso dovette abbandonare la sua carica di presidente e ritirarsi a vita privata, per poi essere sostituito da un fantoccio scelto da Mosca (Gustav Husak). Così, il grigiore opprimente del comunismo ben presto tornò a calare, come una cortina fumogena, sulla vita del popolo cecoslovacco.

La sera del 19 gennaio 1969, però, si accese una torcia in piazza San Venceslao, a rappresentare la fede nel valore assoluto della libertà. Era una torcia umana e si chiamava Jan Palach. Oggi dobbiamo ricordare quel giovane patriota e martire. E rendergli l’onore che merita.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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