Roma non è Gotham city

roma “Roma non è Gotham city”, dice il capo della polizia Gabrielli per rassicurarci. Eppure, di balordi che vanno in giro per la Capitale spacciando, rapinando e sparando, anche se non hanno la faccia dipinta da clown, ne stiamo vedendo un bel po’.

E se, per Gabrielli, non regge il parallelo con la Gotham city dei fumetti e del cinema (città fortemente dark, con architetture gotiche o, meglio, neo-gotiche e post-moderne, che forse sarebbe piaciuta al Caravaggio pittore notturno che adorna la chiesa di San Luigi dei Francesi e la Galleria Borghese), quantomeno Roma, oggi, ci può ricordare la New York degli anni settanta e ottanta, dove le bande, le mafie multietniche, i pusher e i rapinatori seriali erano padroni incontrastati delle sue strade.

Fino a quando, nel 1994, non arrivò il sindaco Rudolph Giuliani, detto Rudy, che governò New York sotto l’egida della “zero tolerance”; e, nel giro di un paio di mandati elettorali, il volto della metropoli cambiò radicalmente, nel senso che, insieme alla tolleranza, si abbassarono anche tutti gli indicatori del tasso di criminalità.

Ciò che colpisce di questi (giovani) criminali che a Roma sparano per strada e costringono una magnifica promessa del nuoto italiano a vivere sulla sedia a rotelle per il resto della vita e che, appena qualche giorno fa, ammazzano Luca Sacchi con un colpo nella nuca sparato a distanza ravvicinata, come se fosse un’esecuzione, è proprio la loro spavalderia, la loro strafottenza, il fatto di agire a viso scoperto, pur sapendo che oggi, quasi ad ogni angolo, c’è una telecamera.

Questi delinquenti se ne vanno in giro a spacciare, rapinare e finanche sparare tranquillamente; in parte perché rincoglioniti dall’uso continuo di droghe, ma anche e soprattutto perchè sono certi di poter farla franca.

Da dove proviene la loro “sicurezza” dell’impunibilità? Direi da due ordini di fattori.

Il primo è la cultura della sinistra radical chic che ha imperato in Italia (tranne che nei momenti più cupi della lotta al terrorismo) a partire dal ’68 e ha determinato un diffuso sentimento, chiaramente sintetizzato nell’acronimo A.C.A.B. (all cops are bastards: tutti i poliziotti sono bastardi); e, di contro, il simpatizzare per i criminali che, pur sbagliando, sarebbero proletari o sottoproletari (come piaceva chiamarli a Pasolini), e che pertanto andrebbero compresi, aiutati, se mai rieducati ma non puniti. E’ il motivo per cui in Italia uno spacciatore di media dimensione, anche se arrestato, il giorno dopo viene quasi sempre rilasciato dal magistrato di turno; stessa cosa succede, com’è noto, anche per uno scippatore o un ladro di appartamenti.

Questa cultura la possiamo riscontrare sia al primo livello della magistratura, che al suo massimo livello: quello della Corte costituzionale che ha appena bocciato l’ergastolo “ostativo”, ovvero l’insieme di provvedimenti che hanno trasformato la pena detentiva a vita nel “carcere duro” e che, però, sono stati un validisssimo strumento della lotta contro le mafie (lo ha detto il procuratore Nino Di Matteo, che da anni è in prima linea su quel fronte di guerra interna, e sotto scorta dal 1993).

Il secondo fattore che, come si diceva prima, porta i nuovi criminali ad agire a volto scoperto, spavaldi e impudenti, è che loro ormai hanno capito l’amara verità: lo Stato è debole come mai prima d’ora; incapace di controllare ampie aree del Paese – a Roma, per esempio, interi quartieri si trovano sotto il controllo della criminalità organizzata-, e soprattutto incapace di reagire. Non certo perché le nostre forze dell’ordine siano deboli o inette; al contrario, dimostrano sempre un coraggio e una dedizione straordinari; ma purtroppo sono destinate a soccombere negli scontri diretti con i criminali, perché anch’esse sono vittime di quella cultura buonista che le ha volute disarmate, costrette al massimo a difendersi (sparando in aria) se vengono aggredite.

Perché quei due carabinieri andarono disarmati ad incontrare i giovani americani, i quali invece erano armati con un pugnale da combattimento, che poi usarono ammazzando il povero Cerciello? Perché sapevano che la pistola loro non la possono usare, quindi era inutile portarsela. In passato, infatti, quando un carabiniere a Genova sparò, uccidendolo, contro quel ragazzo che gli stava per fracassare la testa con un estintore, successe che il carabiniere venne prima processato sui media politically correct, e poi si dovette difendere in un tribunale vero e proprio.

Morale della favola: forse a Roma le cose inizieranno a cambiare solo quando sarà eletto un sindaco che faccia sua la parola d’ordine di Rudolph Giuliani: tolleranza zero verso i criminali.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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