Nessuna giustizia per Sana

sana C’era una volta Sana Cheema, una bella ragazza nata in Pakistan e poi cresciuta a Brescia dove ha visssuto fino all’età di 25 anni. Non era un principessa delle Mille e una notte, anche se ne aveva gli occhi e il fascino orientale; ma una semplice immigrata di seconda generazione che si era perfettamente integrata nel nostro Paese; al punto da vestire, parlare e comportarsi come tutte le giovani donne italiane. Così bene integrata che era arrivata a volersi scegliere da sè il proprio fidanzato.

Fu allora – siamo nel dicembre 2017 – che il padre la riportò in Pakistan, probabilmente col pretesto di farle riabbracciare i parenti lasciati lì da bambina. In realtà si trattava di un perfido tranello: perché l’uomo aveva scelto per lei un marito di comprovata fede musulmana e molto più anziano, come si usa fare da quelle parti.

Sana non tornò più a Brescia dal fidanzato che amava e dalle sue amiche , né mandò loro notizie. Furono proprio queste a denunciare la sua scomparsa alle autorità italiane, le quali poi fecero partire un’indagine in Pakistan che portò al ritrovamento del cadavere di Sana. Il padre, uno zio ed un cugino vennero accusati di avere strangolato la ragazza che si era ribellata all’usanza locale del matrimonio imposto dalla famiglia. Suo padre confessò di essere stato l’esecutore materiale del delitto, con la complicità degli altri parenti maschi; ma poi, una volta celebrato il processo in Pakistan, ha ritrattato la confessione.

E il processo, che si è concluso pochi giorni fa, ha visto assolti tutti gli imputati per mancanza di prove. Nonostante che l’autopsia fatta sul cadavere della povera ragazza avesse dimostrato che era stata assassinata.

La storia della bella Sana, pakistana ed italiana, finisce qui: con l’assoluzione dei suoi carnefici.

La giustizia in Pakistan è notoriamente condizionata dalla Sharia, la legge coranica che stabilisce un ruolo subalterno per le donne, e di conseguenza non tutela chi vuole sottrarsi a quella condizione di sudditanza. E’ giusto, dunque, che le istituzioni italiane, ai più alti livelli, si muovano per protestare contro il verdetto del tribunale pakistano; ma certamente questo non potrà cambiare la realtà giuridica e culturale di quel Paese, dove la religione islamica esprime tutta la sua componente di fanatismo e fondamentalismo.

Quello che invece si può fare, è tutelare le musulmane che vivono in Italia: dalle ragazze che vogliono frequentare le nostre scuole e vivere liberamente; alle donne che subiscono maltrattamenti e si trovano segregate in casa dai loro mariti, in osservanza delle leggi ancora medievali della tradizione coranica.

Bisogna istituire consultori e centri d’ascolto, aperti a tutte le richieste d’aiuto che possano provenire dalle donne di religione islamica. E non bisognerà mai tollerare che, in nome di un’ ipocrita ideologia multiculturalista, usanze come la poligamia, il velo integrale, l’infibulazione, l’obbligo di sposarsi secondo il volere della famiglia vengano importate e praticate in Italia, neppure nei quartieri e nelle aree abitate solo dagli immigrati.

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Mi interesso di storia, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore. Sono nato a Potenza, da madre palermitana, ho studiato filosofia a Firenze, e ora vivo a Figline Valdarno. Insegno da molti, anzi, troppi anni materie letterarie e tecniche della comunicazione al "Giorgio Vasari".

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