Nel centenario di Fiume

dannunzio Chi avrebbe mai pensato che una statua raffigurante Gabriele D’Annunzio mentre legge tranquillamente un libro, seduto su una comune panchina e non in veste da guerriero, avrebbe provocato le ire di un Paese confinante e amico – la Croazia -, al punto che la sua presidente, la bionda Kolinda Grabar-Kitarovic, ha twittato inviperita: “il monumento scoperto oggi a Trieste che glorifica l’irredentismo e l’occupazione, è inaccetabile”.

La “provocazione” imbastita dalla giunta triestina consisterebbe nell’aver scelto scientemente per l’inaugurazione una data simbolica, il 12 settembre 2019, che cade esattamente un secolo dopo l’inzio dell’impresa di Fiume, cominciata a un anno dalla fine della Grande Guerra.

Probabilmente non servirà, per calmare l’avvenente presidente, ricordarle che Trieste già ospita simili statue di celebri scrittori, come Umberto Saba e Italo Svevo, triestini di nascita, e James Joyce che nella città friulana visse all’inizio del secolo scorso; statue che ci presentano questi grandi personaggi della letteratura nella loro quotidianità, e che per questo sono collocate non su piedistalli ma semplicemente su dei marciapiedi, nell’ atto di passeggiare.

Stessa scelta stilistica è avvenuta per la statua di D’Annunzio, che ce lo mostra nel momento intimo e pacifico della lettura.

Non c’è dubbio, tuttavia, che la relazione tra il Poeta e la città di Trieste si colloca tutta nella storia dell’impresa fiumana; che resta un episodio importante della vita di D’Annunzio e della storia d’Italia. Un espisodio di cui noi italiani non dobbiamo certo vergognarci perché, come spiegheremo, non comportò violenze nè persecuzioni sulla popolazione slava; a differenza di quello che successe negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale, quando gli italiani di Fiume e delle altre città dalmate vennero sottoposti alla deportazione e ad una vera e propria “pulizia etnica” da parte dell’esercito titino, con i risultati tragici che la recente storiografia ha ampiamente descritto.

Ma veniamo al settembre 1919, quando Gabriele D’Annunzio partì con un piccolo esercito di volontari e reduci di guerra per occupare Fiume, come estremo gesto di protesta contro gli accordi di pace sanciti dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale; i quali accordi, con il benestare dei governanti dell’Italia liberale ( per questo da lui ribattezzati “cagoia”), avevano stabilito di annettere la Dalmazia al nascente Regno dei serbi, sloveni e croati (poi Regno di Jugoslavia); escludendo così l’Italia non solo dalla spartizione delle colonie tedesche, ma anche dal predominio sull’Adriatico che le era stato promesso con il patto di Londra nel 1915.

Da qui il mito della “vittoria mutilata”, creato abilmente da D’Annunzio che era un grande comunicatore e inventore di slogan. Il Poeta, poi, trovò anche giustificazioni culturali alla sua richiesta di annessione di Fiume all’Italia: come l’essere stata tutta quell’area geografica un antico possedimento della Serenissima (tuttora l’architettura delle città dalmate lo testimonia) e soprattutto la consistente presenza di cittadini parlanti italiano.

Il punto è che D’Annunzio toccava un nervo scoperto di tutta l’impalcatura geopolitica costruita con gli accordi di Parigi: anche se il principio ideale a cui si erano ispirati era l’autodeterminazione dei popoli – teorizzata dal presidente americano Wilson -, di fatto si vennero a creare notevoli problemi a causa dell’intrecciarsi di etnie in alcune zone confinanti; specialmente nell’Europa dell’est, dove ci furono massicci trasferimenti di persone, e non sempre in modo spontaneo (basta ricordare quello che avvenne tra Grecia e Turchia, Germania e Polonia).

Quando i volontari nazionalisti giunsero a Fiume, esaltati dai discorsi di D’Annunzio, le potenze europee considerarono l’occupazione un pericolo per la tenuta degli accordi internazionali e per la pace nel continente. Ma Fiume diventò ben presto il simbolo di tutti i popoli che avevano subito dei torti in seguito al nuovo assetto post-bellico; per cui arrivarono in città moltissimi giovani, artisti, sindacalisti rivoluzionari, letterati e avventurieri che, sotto la guida del Poeta, diedero vita ad una esperienza che travalicò i confini del semplice irredentismo.

E Fiume diventò la “città di vita”, un vero e proprio laboratorio cuturale e sociale; a cui offrirono il loro contributo il fondatore del Futurismo, Tommaso Marinetti, il grande direttore d’orchestra Toscanini e persino il premio Nobel Guglielmo Marconi.

Nel giro di un anno, nonostante le pressioni internazionali e gli ordini di sgombro venuti dal governo italiano, D’Annunzio volle dare una forma costituzionale al magma rivoluzionario dei fiumani e, con l’aiuto di Alceste De Ambris, un sindacalista sostenitore delle corporazioni, scrisse la Carta del Carnaro: un documento molto avanzato per l’epoca e che certamente non si può definire un prodotto della cultura conservatrice di Destra, visto che presentava proposte veramente innovative, come il voto alle donne e la legge sul divorzio.

L’esperienza di Fiume “città di vita” terminò nel gennaio 1921, dopo la firma del Trattato di Rapallo, che ne faceva una città libera; e l’intervento delle navi della Regia Marina, inviate dal neo presidente del Consiglio Giolitti. Fu allora che il Poeta diede l’ordine ai suoi “legionari” di abbandonare pacificamente la città.

Per quanto riguarda la statua dannunziana di Trieste, be’, la presidente croata dovrà semplicemente farsene una ragione: Trieste è città italiana e, di conseguenza, libera di erigere statue a chi le pare e piace.

About This Author

Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

Post A Reply