Nazione o nazionalismo?

marcello L’approssimarsi delle elezioni europee ha riacceso il dibattito tra due visioni opposte: da una parte ci sono i sostenitori della sovranità nazionale, dall’altra quelli che considerano le nazioni un residuo del secolo scorso e pertanto pericolose per la pace nel nostro continente.

Non c’è dubbio che la storia del primo Novecento sia stata segnata dalla violenta contrapposizione dei vari nazionalismi (francese, inglese e tedesco), che ha prodotto la tragedia della prima guerra mondiale con i suoi nove milioni di morti. E certamente anche nello scoppio del secondo conflitto mondiale il nazionalsocialismo tedesco, meglio conosciuto come nazismo, ha avuto il ruolo determinante.

Ma davvero nell’idea di nazione è contenuto il seme della violenza e della guerra? Davvero si possono condannare tutte le nazioni in quanto portatrici di conflitti e massacri?

Insomma, dire “nazione” equivale a dire “nazionalismo”?

Personalmente non credo che l’equazione sopra citata corrisponda alla verità, sia in senso storico che concettuale. Il nazionalismo è una precisa ideologia secondo cui la propria nazione è superiore alle altre (per motivi culturali, economici, militari o addirittura razziali), che per questo si sente autorizzata a espandersi e a sottomettere i popoli più deboli; come avvenne alla fine dell’Ottocento quando le potenze europee si lanciarono nella conquista e nella colonizzazione dell’Africa; o come avvenne nel 1939, quando Hitler rivendicò uno “spazio vitale” per la Germania e invase la Polonia, scatenando così la seconda guerra mondiale.

Lo spirito nazionale, invece, è quello che accomuna un popolo e lo identifica attraverso una tradizione fatta di arte, cultura, letteratura, lingua, artigianato, cibi, credenze religiose, stili di vita. Lo spirito nazionale esiste per sé stesso e non ha bisogno di contrapporsi ad altri; se mai si offre come modello di virtù e di bellezza, mostra i propri canoni ma non li impone con la forza.

Prendiamo come esempio il Made in Italy che si afferma sempre più nel mondo, pacificamente, solo dimostrandosi esteticamente migliore, artigianalmente più raffinato, culturalmente più evoluto. E per forza: è frutto di una storia secolare, che inizia al tempo della civiltà romana, con le sue grandiose architetture ed opere di ingegneria civile; continua nel Rinascimento con i più straordinari artisti di tutti i tempi e nell’Ottocento risorgimentale con l’opera lirica; e arriva fino agli anni del Boom economico, i quali vedono la nascita di un design industriale, una cinematografia e una moda così innovativi e speciali, che non si possono che chiamare italiani.

Perché, dunque, io dovrei sentirmi un qualunque e indistinto cittadino del mondo, dell’Europa o della società globalizzata, quando sono felicemente un italiano, che legge Dante e Leopardi, ascolta la musica di Rossini, Verdi e Puccini, veste con abiti eleganti dei nostri stilisti e mangia cibi cucinati con prodotti genuini secondo le nostre deliziose ricette regionali?

Non sono un nazionalista, perché non mi sento superiore a un francese, un tedesco o un cinese, dei quali peraltro apprezzo diverse delle loro tradizioni culturali. Né credo che l’Unione Europea sia una gabbia da cui bisognerebbe scappare. Credo semplicemente che sia bello essere italiani e che non rinuncerò mai all’idea della nostra Nazione.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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