Lettera aperta di un intellettuale (di Sinistra) a Cesare Battisti

Cesare B Oh Cesare, hai idea di come mi sento, dopo che ho letto nei giornali la notizia della tua confessione? Hai confessato tutti e quattro i delitti, così, dopo quarant’anni; come se di punto in bianco ti fosse tornata la memoria smarrita per chissà quale ragione.

Io credevo che tu fossi innocente, che tu fossi un compagno perseguitato dalla giustizia borghese. Sapevo che a quei tempi frequentavi gente poco raccomandabile e che in quel tuo gruppo dei Pac c’erano anche delle teste calde. Ma eravate giovani allora, e ce n’erano di compagni che sbagliavano. Erano gli anni di piombo, giusto?

Non pensavo che potessi arrivare a tanto. Me l’avevi giurato, ce l’avevi giurato: a tutti noi, marxisti come te ma anche compagni per bene. Noi mica andavamo a sparare alla gente e a rapinare gioiellerie. Certo il ’68 l’abbiamo fatto e ai poliziotti abbiamo tirato i sanpietrini in testa durante le manifestazioni. Le armi, però, non le abbiamo mai toccate: noialtri siamo contro la violenza. Noi scriviamo su Repubblica, l’Espresso, insegniamo all’università, dirigiamo case editrici. Tra di noi c’è pure qualche onorevole progressista.

Abbiamo firmato un appello per te, c’abbiamo messo la faccia. Perché ti consideravamo uno di noi: scrivevi libri gialli. Lo so che non erano granché; diciamo la verità, erano letteratura di serie B; ma erano pur sempre romanzi. Ho anche letto che sotto pseudonimo hai scritto per Playboy; e questa per me è stata un’altra batosta, quasi peggiore della notizia della tua confessione. Ma come hai fatto? La morale proletaria non le ammette queste cose.

Abbiamo gioito quando sei scappato in Francia. Abbiamo brindato alla tua salvezza, quando sei stato accolto nella Ville lumiere dai compagni francesi. Lì tutti ti hanno voluto bene, persino quella schifiltosa di Carla Bruni. Persino Bernard Henri-Levy, il filosofo più engagé.

Diavolo di un Cesare, sei riuscito a fregare proprio tutti. Un presidente della République ha creduto alla tua storia di rifugiato. Lo sai che nemmeno Sandro Pertini, il grande antifacista espatriato, avevano accolto come hanno fatto con te?

Poi te ne sei andato in Messico. E noi in Italia seguivamo i tuoi spostamenti come se fossero le avventure di Robin Hood. Tremavamo per te, stavamo in ansia, ti pensavamo. Erri De Luca mi chiamava quasi ogni giorno, voleva che facessimo sempre qualcosa per te: una colletta, una cena coi compagni, una recensione dei tuoi libri. Saviano, non so perché, dopo un po’ di tempo era diventato più freddo nei tuoi confronti; il successo, forse, chissà; ma anche lui aveva firmato il famoso appello per la tua scarcerazione, certo che lo aveva firmato.

E in Brasile convincesti della tua innocenza pure il compagno Lula. Ma cosa gli dicesti? Davvero gli dicesti che nelle galere italiane torturano i compagni? Anche lui hai fregato, Cesare, come hai fatto con noi. Comunque te la sei spassata laggiù: su quelle spiagge tropicali a bere mojito insieme alle belle compagne brasiliane. Guardavamo le tue foto e pensavamo: eh bravo il nostro Cesare, pare proprio il Che all’Avana.

Lo sai che quando ti hanno riportato in Italia, abbiamo scatenato un campagna d’indignazione per il comportamento di Salvini e Bonafede, quei due populisti fascisti che sono venuti a farsi belli coi giornalisti all’aeroporto? Noi abbiamo continuato a credere in te fino all’ultimo; ed eravamo pronti a firmare un altro appello se fosse stato necessario. Saremmo venuti al tuo processo a sostenerti e di certo avremmo raccolto i soldi per l’avvocato.

E invece tu ci hai traditi. Hai confessato tutti e quattro gli omicidi. Non sei un compagno perseguitato dalla giustizia borghese, allora, sei un delinquente. E noi, intellettuali di sinistra che ti abbiamo sempre difeso, coccolato, protetto – diciamo la verità – siamo stati un po’ coglioni.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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