Gioventù bruciata

gioventu Un ragazzino in Liguria, così per gioco, lancia un cassonetto dei rifiuti giù dalla strada in mare; solo che il cassonetto, anziché finire sulle onde, va a colpire una tenda di campeggiatori e per poco non ammazza un bambino francese. Quasi in contemporanea vanno sotto processo dei minorenni che, per rubare collanine d’oro e telefoni cellulari, spruzzavano spray al peperoncino nelle discoteche; causando, in una serata maledetta, il panico tra i presenti e la morte di sei persone schiacciate dalla folla.

Se poi volessimo continuare, potremmo parlare delle baby-gang che a Napoli ormai sono diventate pericolose tanto quanto i loro “eroi” camorristi; e magari potremmo aggiungere alla lista i due giovani americani che a Roma hanno assassinato il carabiniere Cerciello.

E’ logico quindi che si sia sviluppato un dibattito intorno alla questione se i giovani d’oggi siano o no particolarmente inclini alla violenza e all’incoscienza.

Qualcuno ha scritto che questi ragazzi, nati e cresciuti con la play-station e i giochi di guerra, ormai non distinguono più la finzione dalla realtà: pensano e agiscono come se stessero sempre giocando davanti allo schermo di un computer. Altri, invece, hanno sostenuto che i giovani violenti ci sono sempre stati: dai teddy-boys negli anni Cinquanta fino ai gruppi politicizzati che, durante il ’68, andavano in giro armati di mazze ferrate per spaccare la testa ai loro coetanei avversari in nome dell’antifascismo.

E allora come stanno veramente le cose? Fa parte della gioventù non avere il senso della misura, fregarsene delle leggi e dei divieti, menare pugni e calci come Karate kid? E’ un fenomeno aberrante o tutto sommato naturale e prevedibile questo della violenza giovanile? Oppure è tutta colpa della società moderna se i suoi figli si limitano ad usare solo una minima parte del loro cervello, e si comportano più da animali che da esseri umani?

Non per tirare sempre la croce addosso al ’68, ma mi viene da dire che quell’anno segnò un fatidico spartiacque nella nostra società e, anche se la rivoluzione in senso marxista non si fece mai- perché la Democrazia Cristiana fu comunque il partito egemone insieme ai suoi alleati mentre il Partito comunista italiano restò forte ma sempre all’opposizione-, una rivoluzione culturale si realizzò e fu talmente invasiva da penetrare le principali istituzioni del Paese, a partire da scuola e università per finire col trasformare la cellula sociale fondamentale: la famiglia.

Con il crollo dell’etica tradizionale all’interno della famiglia e dei valori educativi nella scuola, soppiantati da relativismo amorale e retorica dei diritti individuali, i giovani hanno perso gli argini esterni che alle generazioni precedenti erano serviti per indicare i limiti oltre i quali i comportamenti devianti venivano sanzionati o comunque definiti riprovevoli.

I giovani arrabbiati degli anni Cinquanta non trovavano sponde o atteggiamenti comprensivi né in famiglia né altrove. Ma poi nelle scuole, dopo il ’68, si diffuse la pedagogia permissiva; mentre la nuova sociologia – nata in certe università come quella di Trento dove studiava, guarda caso, il giovane Renato Curcio fondatore delle Brigate Rosse – teorizzava la piena libertà nelle scelte di vita e nei comportamenti individuali, e condannava la società “repressiva”.

Il risultato è che, rotti gli argini, i giovani che non hanno le capacità intellettuali e gli strumenti culturali per agire razionalmente (ma per fortuna ce ne sono tanti che invece li hanno, e infatti si diplomano brillantemente e frequentano le migliori università), sono vittime dei loro stessi impulsi che non riescono a dominare, seguono la logica del desiderio (il principio del piacere, come lo chiamò Freud) e finiscono col fare uso di droghe o di alcool, per poi scatenarsi all’uscita della discoteca contro il primo sventurato o sventurata che capita.

Che cos’è mancato a quei ragazzi che si divertono lanciando sassi contro le macchine in autostrada o cassonetti giù nello strapiombo? Sicuramente non il benessere, i giocattoli da bambini o i bei vestiti più tardi. Probabilmente sono mancati modelli positivi e autorevoli da emulare; ma anche sane ed educative punizioni alle prime manifestazioni di devianza giovanile.

Chi doveva vigilare, nel loro caso, forse era troppo preso dal lavoro o forse era semplicemente distratto. O, peggio ancora, credeva che ai giovani oggi tutto dev’ essere permesso, altrimenti gli si rovina la parte più bella della vita.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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