Europa sì, ma quale Europa?

duemiladiciannove Le elezioni europee, che hanno avuto risultati molto diversificati nei Paesi in cui si è votato (tra i quali il Regno Unito dove l’idea della Brexit si è confermata maggioritaria), hanno sostanzialmente ribadito quello che già sapevamo: il modello d’Europa così come è stato realizzato a partire da Maastricht va rivisto in parte o in toto.

Sì, perché ormai non c’è nessuno, neppure nel fronte degli europeisti più sfegatati, che possa dirsi soddisfatto di questa Unione Europea che ha prodotto macroscopiche diseguaglianze tra gli Stati membri e dove, in nome dei principi liberisti, la Grecia, ovvero la culla della nostra civiltà, è stata sacrificata sull’altare dell’austerity, predicata e praticata dagli alti burocrati germanici.

Non c’è dubbio che continua a permanere la spaccatura tra due impostazioni culturali, quella europeista e quella sovranista; la quale non è nata oggi, ma bensì risale alla contrapposizione teorica e filosofica tra l’Illuminismo settecentesco votato al cosmopolitismo e alla fede quasi religiosa nella nascita dell’uomo-cittadino del mondo, di cui il marxismo con la sua teoria dell’internazionalismo proletario è un diretto erede; e, dall’altra parte, la tradizione romantica ottocentesca delle nazioni e dei nazionalismi, che si può far risalire a Hegel ma che trova nei celebri “Discorsi alla nazione tedesca” di Gottlieb Fichte, scritti durante gli anni dell’occupazione napoleonica, una delle sue espressioni pù elevate.

C’è una domanda che viene spontaneo porsi a questo punto: l’indubbia affermazione – anche se certamente non una vittoria complessiva – dei partiti sovranisti, a partire dal Brexit party, fino al Front national di Marine Le Pen, a Fidesz di Viktor Orban e alla Lega di Salvini, arriverà a scardinare l’architettura dell’Unione Europea, per riportarla alla frammentazione degli Stati nazionali sovrani?

Personalmente non credo che questo si realizzerà mai, né che sarebbe auspicabile. Credo però che i partiti sovranisti potrebbero correttamente indicare che un’altra via è percorribile; una via alternativa a quella del trattato di Maastricht con il quale, nel 1992, si stabilì che il collante dell’Europa sarebbero stati la finanza e non le sue tradizioni culturali; la politica economica sovranazionale decisa a Francoforte e non la politica estera comune; e infine i diritti civili e l’apertura incondizionata all’immigrazione di massa, anziché la ricerca delle comuni radici cristiane.

I partiti sovranisti – e qui davvero la Lega italiana può assumere la leadership – dovrebbero riportare l’Europa al suo momento idealmente migliore: quello dei trattati di Roma del 1957, quando furono proprio gli Stati nazionali dei sei membri fondatori, tra cui l’Italia guidata da De Gasperi, a pensare la possibilità di una federazione di Stati e non la loro dissoluzione nella melassa cosmopolita della UE, come purtroppo verrà realizzato a Maastricht.

Un’Unione federale degli Stati sovrani, con una politica estera e una difesa comuni, dove le politiche economiche sarebbero armonizzate ma sempre rispettose delle necessità delle nazioni, e quindi non imposte da una oligarchia di burocrati; un’Unione federale che si basi sui principi liberali delle autonomie locali e delle sacrosante identità dei popoli, è l’unica prospettiva che ha l’Europa di sopravvivere e di prospettare un futuro dignitoso alle nuove generazioni.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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