Storie di comuni idealisti

isola Sembra che il reverendo Jhon Allen Chau sia sbarcato nell’isola di North Sentinel gridando agli indigeni “Jesus loves you”, con lo stile un po’ naive dei mitici anni Settanta, quando i giovani americani si riunivano in grandi eventi a base di musica rock e spinelli per festeggiare la fratellanza umana e la pace universale.

Purtroppo al giovane missionario gli indigeni non hanno risposto alzando l’indice e il medio per fare il segno di “peace-and-love”, ma l’hanno trafitto con le loro frecce senza starci a pensare due volte; e poi hanno persino bruciato il corpo dello sventurato.

E’ vero che sorte analoga toccò a molti evangelizzatori che, dopo la scoperta dell’America, si avventurarono nelle foreste tropicali; per non parlare dei maritiri cristiani che anche ai nostri giorni sono morti ammazzati in Africa o in Medio Oriente per mano dei fondamentalisti. Ma la vicenda di Jhon Allen Chau, se non fosse finita in tragedia, sembrerebbe quasi una commedia fantozziana. La pericolosità di quella tribù, infatti, era ben nota a tutti, antropologi e forze dell’ordine; tanto che era stato posto un divieto a chiunque di entrarvi in contatto, anche per preservare la sua stessa sopravvivenza, visto che potrebbe essere sterminata da una banale influenza.

Un’altra storia di questi ultimi giorni, per certi versi simile e che pure è caratterizzata dalla stessa incoscienza (verrebbe quasi voglia di dire follia), è quella di Silvia Romano, la volontaria italiana che è stata rapita in un villaggio della foresta del Kenya, sicuramente allo scopo di chiedere un riscatto. Riguardo ai suoi sequestratori, prima si è parlato di un gruppo di terroristi islamici provenienti dalla vicina Somalia, poi è stato ipotizzato che invece si tratta di una banda di delinquenti comuni. In ogni caso bisogna dire come stanno le cose: la ragazza svolgeva egregiamente il suo volontariato nella città turistica di Malindi già da alcuni mesi, ma poi ha deciso di sua iniziativa – e contro il parere dei suoi stessi colleghi – di ricercare l’avventura o la santità, recandosi in un villaggio isolato in mezzo alla foresta, senza la protezione della polizia kenyota e senza rendersi conto del pericolo che correva.

Il filo che lega entrambe le vicende è evidentemente quello dell’idealismo spinto alle estreme conseguenze e che per questo fa perdere, in chi lo sperimenta, una perdita dell’esatta percezione della realtà. C’è però una differenza e non è di poco conto: il finale della storia. Il missionario americano è morto, a causa della sua fede e forse anche della sua ignoranza in materia di antropologia culturale; la volontaria italiana sicuramente uscirà viva da questa brutta avventura (come tutti noi ci auguriamo), perché i suoi sequestratori chiederanno un ricco riscatto che lo Stato italiano (ovvero i contribuenti) prontamente pagherà. Com’è sempre succeso in passato: quando, per esempio, una giornalista sciagurata si avventurò tra i talebani dell’ Afghanistan per fare un’intervista oppure quando due ragazzine annoiate della vita in città decisero di partire per la Siria a salvare i bambini dalla guerra.

Anche i quei casi intervenne lo Stato: i riscatti furono pagati, le vittime fecero ritorno in patria e i presidenti del Consiglio di allora andarono a riceverle in pompa magna all’aeroporto romano. Come ho già detto: speriamo che lo stesso succeda anche per Silvia Romano.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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