Sommersi dalle fake news

judith Le fake news sono notizie false che, grazie alla diffusione planetaria dei social, sviluppano una forza tale per cui circolano velocemente in strati sempre più vasti dell’opinione pubblica. Restassero confinate nel mondo della rete, questo provocherebbe danni limitati e si potrebbe spiegare col fatto che le masse sono facilmente influenzabili e manipolabili, come hanno sostenuto gli psicologi sociali già alcuni decenni fa.

Il guaio è quando persino i giornali più autorevoli, dove dovrebbero scrivere solo giornalisti educati a verificare le notizie prima di diffonderle, si fanno suggestionare dalla potenza mediatica di una fake new e ne diventano a loro volta strumenti (più o meno consapevoli) di comunicazione.

E‘ successo recentemente con la vicenda di Judith Romanello, una bella ragazza di origine caraibica, che aveva pubblicato un post su Facebook nel quale denunciava di aver avuto un colloquio di lavoro con un ristoratore veneziano e di essere stata scartata solo per il colore nero della sua pelle che, secondo il datore di lavoro, non sarebbe piaciuto ai suoi clienti.

Il post era diventato “virale”, come si dice nel gergo internettiano, ed aveva provocato innumerevoli commenti di accusa contro il comportamento evidentemente razzista dell’uomo ( mi viene in mente il famosissimo “J’accuse” di Emile Zola scritto nel 1898 per denunciare l’ingiusta condanna per tradimento dell’ufficiale ebreo Dreifus, ma quella non era certo una “bufala”).

Il post della ragazza si è poi trasformato in una vera e propria notizia quando i giornalisti della carta stampata lo hanno ripreso e pubblicato in modo acritico, dando per scontata la sua veridicità. E di conseguenza il coro degli antirazzisti senza se e senza ma ha trovato nuovo alimento per crescere di intensità.

Ma poi è successo che la ragazza è stata invitata da Barbara Palombelli nel suo programma serale su rete 4 alla presenza di alcuni noti giornalisti, che hanno fatto delle precise domande; ed è risultato che Judith non conosce il nome del ristoratore; non conosce neppure il nome del ristorante perché – dice – l’incontro di lavoro sarebbe avvenuto per strada; non ritrova l’annuncio in cui veniva fatta l’offerta di lavoro; e persino non ha conservato il numero di telefono dell’uomo.

La storia del ristoratore razzista e della ragazza discriminata per il colore della pelle sembra dunque delinerarsi come una fake new bella e buona, e non si discosta molto da quella dell’atleta nera della nazionale italiana colpita dai lanciatori di uova: anche in quel caso la stampa benpensante fece titoloni per condannare il razzismo dilagante in Italia, ma poco dopo si scoprì che i (deficienti) lanciatori di uova avevano già colpito nel quartiere altre donne, tutte di carnagione bianca; quindi il loro era bullismo della peggior specie, ma non era razzismo. Vallo a spiegare ai giornalisti antirazzisti.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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