Sì Tav

tav L’iniziativa è partita da un gruppo di donne torinesi, che hanno dato appuntamento in piazza Castello, la mattina di sabato 9 novembre, a tutti quelli che credono nella necessità di collegare con l’Alta velocità Torino a Lione e, quindi, al resto d’Europa. E sono arrivati in quarantamila a dire sì alla Tav: gente comune, semplici lavoratori, studenti, pensionati,commercianti, imprenditori.

Persone che non appartengono ad un preciso partito o movimento politico. Ma che credono nell’importanza delle comunicazioni, soprattutto quelle su rotaia, per lo sviluppo della città di Torino, che altrimenti rischierebbe di restare tagliata fuori dai grandi flussi commerciali come da quelli culturali.

Da quando la città è amministrata dalla sindaca Appendino, invece, la parola che viene ripetuta ossessivamente è No: no ai giochi olimpici invernali; no all’Alta velocità; praticamente no ad ogni possibilità di fare di Torino l’altro grande polo di modernità e di sviluppo, oltre a Milano, nel Nord-Italia.

Ecco perché sono arrivati in piazza Castello senza le bandiere dei partiti ma solo con cartelli recanti la scritta Sì Tav. A Torino, come altrove, l’idea della decrescita non sembra più una prospettiva “felice”, se non alle frange dell’ambientalismo estremo.

Certamente il rispetto dell’ambiente deve restare un punto fermo e irrinunciabile; ma non si può fare della difesa dell’ambiente ad oltranza il pretesto per rifiutare ogni tipo di innovazione. Opporsi alla linea ad alta velocità, che già collega Parigi con Londra, Milano con Napoli, Madrid con Valencia, San Pietroburgo con Mosca (per non parlare dei treni che viaggiano a trecento chilometri orari in Cina, Corea del Sud e Giappone), ricorda un po’ le proteste dei luddisti che, agli albori della rivoluzione industriale, sfasciavano le macchine nella vana speranza di bloccare il progresso.

All’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, l’autostrada del Sole venne costruita rapidamente e senza trovare nessuna opposizione. Fu anche grazie ad opere come quelle che l’Italia uscì definitivamente dalla crisi del dopoguerra e si avviò a diventare uno dei Paesi più avanzati del continente europeo.

E’ di quello spirito futurista che avremmo bisogno anche oggi, per spingere sul pedale della crescita e cancellare il grigiore dell’austerity. Non certo della paura per la tecnologia e per l’Alta velocità.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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