Non dimentichiamoci di Vittorio Veneto

ipa - vittorio-veneto - Camminavo per Figline, proprio in corso Vittorio Veneto, quando vedo un manifesto dell’amministrazione comunale con il titolo stampato bello grosso di “4 Novembre”. Capisco che si tratta della ricorrenza della vittoria italiana nella Prima guerra mondiale, che quest’anno dovrebbe avere ancora maggior risalto perché è un centenario (1918-2018); allora mi avvicino per leggere meglio e scoprire quali manifestazioni abbiano organizzato, ma vedo con grande disappunto che la deposizione della corona floreale davanti al monumento ai caduti non viene programmata per domenica 4 novembre, come sarebbe stato opportuno fare per coinvolgere la gente del paese; bensì il 5, di lunedì, alle ore 10, quando saremo tutti al lavoro.

Quale sia il motivo di questa scelta sciagurata da parte degli attuali amministratori, non lo conosco né lo capisco. Però mi viene il sospetto ( a pensar male non si sbaglia mai, diceva un personaggio famoso del secolo scorso) che l’intento sia quello di evitare di conferire troppa importanza alla vittoria italiana con una celebrazione domenicale alla presenza di un folto pubblico. Meglio di lunedì, presenti solo le autorità, qualche pensionato e un paio di ufficiali delle Forze Armate; un discorsetto di rito, due minuti di silenzio e poi, subito, ognuno se ne torna in ufficio o in caserma.

Ma perché? Non sarebbe stato meglio celebrare l’evento domenica 4 novembre, magari chiamando una banda a suonare l’inno nazionale in piazza Marsilio Ficino o persino la fanfara dei bersaglieri?

Sinceramente non so come la pensino al riguardo né il Sindaco né il nuovo presidente del Consiglio, ma di certo mi piacerebbe avere da loro una spiegazione. Intanto mi limito a ricordare il bellissimo editoriale che Aldo Cazzullo ha scritto sul Corriere della Sera qualche giorno fa, precisamente il 30 ottobre, nel quale spiegava che in Italia si vuole rimuovere dalla nostra memoria collettiva l’immagine di Vittorio Veneto, per ridimensionare il ricordo della Prima guerra mondiale nonostante l’esito favorevole per il nostro Paese.

Cazzullo parla di una corrente di pensiero denigratorio che attraversa certa storiografia e certa pubblicistica, riguardante la storia italiana, secondo cui il Risorgimento non sarebbe stato che un complotto massonico; la vittoria nella Grande Guerra una “vittoria mutilata” (come ebbe a dire Gabriele D’Annunzio), e persino la nascita della Repubblica democratica è stata vista come un tradimento dei valori della lotta partigiana.

Ecco perché la morte di 650 mila soldati italiani, a cui vanno aggiunti i feriti che morirono in seguito e tutti quelli che tornarono a casa gravemente mutilati, va ricordata ma in sordina, senza enfasi, senza sventolare troppi tricolori e senza cantare l’inno di Mameli. Altrimenti si potrebbe pensare che il nazionalismo sia ancora vivo e vegeto.

Sì, è vero: furono gli opposti nazionalismi che nel 1914 provocarono l’immane tragedia della Prima guerra mondiale con i suoi 9 milioni di morti. Innanzitutto il nazionalismo germanico, e immediatamente dopo quello delle potenze liberali del tempo: Francia e Inghilterra. L’Italia restò fuori dal conflitto per un anno, anche perchè nel parlamento c’era una maggioranza neutralista; ma poi gli eventi precipitarono, i nazionalisti trovarono un facile appiglio nella questione di Trento e Trieste ancora in mano all’Austria, celebri scrittori e poeti interventisti infiammarono l’opinione pubblica, ed ecco che Vittorio Emanuele III e Salandra mandarono i nostri nonni e bisnonni al fronte.

Si poteva evitare? Certamente sì. Ma la decisione fu presa, e i soldati italiani furono trasportati nelle trincee a combattere e morire per restituire le regioni del nord-est entro i confini nazionali. E quando, esattamente un anno dopo la disfatta di Caporetto, iniziò l’offensiva sul Piave, non si tirarono indietro, ma avanzarono eroicamente e sconfissero gli austriaci nelle battaglie di Vittorio Veneto iniziate il 24 ottobre.

L’armistizio fu firmato nei dintorni di Padova il 3 novembre. Il 4 novembre 1918 la guerra con l’Austria era finita e il tricolore sventolava su Trento e Trieste. Ricordare Vittorio Veneto non significa necessariamente esaltare la guerra e il nazionalismo, ma onorare il coraggio di quelli che combatterono e persero la vita per il loro e nostro Paese.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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