Nella patria dell’ acciaio

th Se si vuole veramente capire quello che sta succedendo in Italia e che, a partire dalle elezioni del 4 marzo fino ai ballottaggi per le amministrative di domenica 24 giugno, ha avuto un’ accelerazione davvero inaspettata, bisogna studiare il caso della cittadina umbra di Terni, dove ha vinto il candidato sindaco del centrodestra, ma soprattutto la Lega è diventato il partito più votato.

Perché Terni è un caso emblematico? Perché lì il tracollo della Sinistra è particolarmente significativo, forse ancora più che in altre città tradizionalmente rosse come Pisa e Siena, anch’ esse ora passate ad amministrazioni di centrodestra?

Per capirlo, bisogna andare indietro e ripartire dal 1884, quando a Terni venne fondata la Società degli altiforni, fonderie e acciaierie, il principale centro di produzione siderurgica dell’ Italia postunitaria, che dal 2014 è poi divenuto ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni (TKAST).

La storia di Terni, da allora, è stata fortemente segnata dalla presenza della fabbrica che nel corso degli anni ha dato lavoro a migliaia di ternani, e che nel secondo dopoguerra ha reso possibile il radicarsi nel territorio del Partito comunista e del sindacato ad esso legato. Il fatto che un’ elevata percentuale di cittadini lavoravano nell’ acciaieria e votavano per il Pci ha quindi prodotto sempre e soltanto amministrazioni di Sinistra, dove i comunisti erano il partito egemone, perché riconosciuto dagli operai come l’ unico difensore dei loro interessi.

Quale mutazione antropologica, ancor prima che ideologica, deve essersi prodotta in questa cittadina di 112.000 abitanti per avere determinato un cambiamento così radicale come il passaggio sul ponte di comando dal Partito comunista alla Lega di Matteo Salvini?

La risposta è abbastanza ovvia, se si precisa che il “salto quantico” non è avvenuto direttamente tra comunisti e leghisti, bensì tra il Pd di Matteo Renzi e la Lega, essendo stato il vecchio Pci sottoposto ad una vera e propria mutazione genetica a partire dalla caduta del Muro di Berlino. E il Pd, cioè la fase evolutiva più lontana dal modello marxista originario, sia per un fatto temporale ma soprattutto per ragioni di contenuti e di programmi, non aveva più, già da un pezzo, come priorità la difesa dei lavoratori e in particolare di quelli del settore secondario.

Attribuire la responsabilità di questa mutazione soltanto a Matteo Renzi sarebbe, però, inesatto. Non era stato già il primo leader del Pd, Walter Veltroni, un sostenitore delle democrazie liberali come gli Stati Uniti e l’ Inghilterra? Non era iniziato col giovane segretario post-comunista l’ avvicinamento culturale alle élite mondiali rappresentate dai Clinton e dai Tony Blair? Certamente con Renzi il processo di spostamento verso il centro ha poi fatto un gran passo in avanti: non a caso tra i suoi sponsor più importanti c’ erano il super manager della Fiat Marchionne e il re della ristorazione Farinetti; e tra i suoi consiglieri più stretti persino un giovane finanziere italiano che operava alla borsa di Londra.

Quali sono diventate, di conseguenza, le priorità della Sinistra veltroniana-renziana? I diritti civili, non la difesa dei posti di lavoro. Per cosa si sono battuti i piddini in Parlamento? Per i matrimoni gay, la cui icona divenne un altro celebre esponente di quel radicalismo chic, Nichi Vendola, che coronò il sogno della paternità mediante l’ affitto dell’ utero di una donna pagata molto generosamente.

E quale legge sul lavoro ha prodotto il governo Renzi? Il job act, che già nel nome suona come un’ altra trovata di stampo anglo-liberista; come poi si è dimostrata di essere, visto che ha acuito il problema della precarizzazione nel mondo del lavoro, in particolare di quello giovanile.

Per non parlare di quando, col governo Monti (che comunque era sempre un frutto della Sinistra liberale) e la riforma delle pensioni, sono stati gettati nella povertà migliaia di esodati dalla sera alla mattina; nonostante le lacrime in diretta tv della professoressa Fornero.

Se poi a tutto questo aggiungiamo la politica dell’ accoglienza voluta da Monti, Renzi e Gentiloni, che ci è costata cinque miliardi l’ anno (2018 compreso) e che ha trasformato i quartieri popolari delle città in dei ghetti dove gli italiani vivono praticamente assediati tra campi Rom e immigrati africani; beh, allora, si capisce perché a Terni la Lega di Matteo Salvini sia stato il partito più votato. Perché, diciamolo pure, è l’ unico che in questi anni abbia mostrato di volersi occupare dei problemi reali della grande maggioranza degli italiani, e non dei diritti civili delle minoranze facoltose.

Quando ci saranno le prossime elezioni politche, è a Terni che bisognerà guardare per capire come nel frattempo siano andate le cose: se le promesse di Salvini (e di Di Maio) verranno mantenute, i ternani sicuramente voteranno ancora per i populisti; ma se penseranno di essere stati gabbati e abbandonati un’ altra volta, molto probabilmente si rivolgeranno altrove.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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