Minorenni violenti

prof La professoressa lo interroga per dargli la possibilità di rimediare a un brutto voto; e lui, un ragazzino di diciassette anni, non risponde a parole ma tirando fuori un coltello e ferendo la povera donna su una guancia. E’ successo pochi giorni fa, all’istituto superiore “Ettore Majorana” di Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta.

Non si tratta certo del primo caso che vede un minorenne coinvolto in un’ azione che potremmo facilmente definire “criminale”, se non intervenissero subito i pedagogisti dell’ adolescenza, i sociologi delle periferie urbane, molti dirigenti scolastici dell’ ultima leva e certamente i giudici minorili a reguardirci perché, quando sono coinvolti i minorenni, bisogna parlare soltanto di disagio giovanile, incomprensione, scarsa attenzione da parte delle famiglie, ambiente di provenienza degradato. Che sarebbe come dire: per ogni comportamento sbagliato c’è sempre una giustificazione.

Eppure, recentemente, il ministro dell’ Interno Minniti è andato di persona a Napoli per dirigere un incontro con il Questore e le forze di polizia, perché la gang giovanili stanno imperversando e si sono dimostrate capaci di gesti di grande efferatezza. E sono tutti minorenni, che però vanno in giro armati di coltelli e aggrediscono i loro coetanei indifesi per derubarli o semplicemente per dimostrare la potenza del branco.

E’ chiaro che ormai le due principali istituzioni educative, la famiglia e la scuola, si stanno dimostrando incapaci di assolvere al proprio ruolo. La prima è in crisi permanente, da quando i movimenti di contestazione sorti alla fine degli anni Sessanta hanno praticamente delegittimato l’ autorità delle figure genitoriali; l’ ideologia femminista ha poi dato il colpo di grazia alla funzione del padre che aveva sempre rappresentato il principio della realtà e quindi esercitato un controllo sui comportamenti dei figli nella società. La seconda ha rinunciato al compito di far rispettare le regole, da quando il prestigio sociale e professionale degli insegnanti è stato svilito, facendone una categoria di impiegati riconoscenti alla politica per il posto fisso e spesso destinati ad un lavoro di routine; per cui le occupazioni (illegali) vengono tranquillamente accettate, all’ interno delle classi la disciplina non è più imposta altrimenti scatterebbe l’ accusa di autoritarismo da parte dei soliti pedagogisti buonisti, gli studenti possono entrare e uscire da scuola con una semplice firma dei genitori su un pezzo di carta (se poi sono maggiorenni, firmano da sé le loro giustificazioni).

In questa situazione generale di sfascio educativo, non sarebbe quantomeno opportuno ritornare a punire i minorenni che compiono atti criminali? Se la famiglia e la scuola non riescono più a stabilire norme di comportamento e soprattutto a farle rispettare, è bene che lo Stato intervenga con sanzioni ad hoc. L’ impunibilità dei minorenni, visti gli sviluppi della nostra società, andrebbe dunque completamente ripensata; anche se per loro non si dovrebbe prevedere il carcere, ma degli istituti preposti alla rieducazione con personale qualificato.

Si potrebbe fare ricorso a pene alternative per i crimini di minore entità, come il furto o il danneggiamento del patrimonio pubblico; ma di fronte a comportamenti violenti, come quelli delle bay-gang napoletane o dello studente accoltellatore, si dovrebbe essere intransigenti e infliggere delle pene detentive vere e proprie.

Se si va avanti col metro del buonismo, rischiamo di trovarci a vivere in una società dove i giovani violenti, una volta cresciuti, riusciranno ad avere la meglio sui cittadini pacifici, come già avviene nelle periferie di molte città italiane.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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