La storia della colonna infame si ripete

tortora Il processo per associazione camorristica e traffico di droga, che vide la condanna in primo grado di Enzo Tortora (assolto definitivamanete nel 1987 in Cassazione) e che lo portò alla morte, esattamente trenta anni fa, con un tumore ai polmoni (“mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro”, egli stesso spiegò), fu una vera e propria infamia; al punto che è quasi obbligatorio rammentare il processo contro gli “untori”, magistralmente narrato da Alessandro Manzoni in “Storia della colonna infame”.

Durante la peste del 1630, a Milano, una donna di nome Caterina Rosa vide uno sconosciuto che si avvicinava ai muri delle case toccandone uno con le dita sporche e annerite; e pensò che fosse un untore che stava diffondendo deliberatamente il contagio. Si trattava, invece, di Guglielmo Piazza, un commissario della sanità, il quale svolgeva il suo lavoro e probabilmente si era sporcata la mano d’ inchiostro. Il Piazza venne poi arrestato, interrogato dai magistrati e torturato. Fu costretto a confessare e persino a denunciare un altro disgraziato come lui, il barbiere Giangiacomo Mora. Entrambi, sulla base delle confessioni estorte, vennero infine giudicati colpevoli e giustiziati presso quella colonna, detta appunto “infame”, che sarà abbattuta soltanto nel 1778.

Manzoni non fu il primo ad occuparsi della colonna infame: precedentemente Pietro Verri ne aveva scritto in “Osservazioni sulla tortura”, con il preciso intento di stigmatizzare quel metodo disumano di interrogatorio e proporre una riforma della giustizia nell’ ottica dell’ Illuminismo lombardo, che trovò il suo momento più elevato con Cesare Beccaria, nonno materno dello stesso Alessandro.

L’ analisi critica di Manzoni è, però, ancora più penetrante e di straordinaria attualità: perché smaschera il meccanismo puramente indiziario del processo, denunciando l’ incompetenza e le gravi responsabilità dei magistrati che non cercarono i riscontri oggettivi alle dichiarazioni dei testimoni e, quindi, sulla base di un giudizio di colpevolezza formulato a priori, ottennero la confessione degli imputati mediante tortura. Manzoni è precisissimo nella ricostruzione storica e al tempo stesso chiarissimo nella conclusione: “E’ stato significato al Senato che hieri mattina furno onte con ontioni mortifere le mura et porte delle case della vedra de’ Cittadini, disse il capitano di giustizia…E con queste parole, già piene d’ una deplorabile certezza, e passate senza correzione dalla bocca del popolo in quella de’ magistrati, s’ apre il processo”.

Con la stessa “deplorabile certezza”, acquisita sulla base di informazioni provenienti da due camorristi “pentiti” e mai verificate, il 17 giugno 1983 i pubblici ministeri napoletani Lucio Di Pietro e Felice Di Persia fecero arrestare Enzo Tortora , accusandolo di essere un corriere della droga per conto della Nuova camorra organizzata; e successivamente un altro pm, Diego Marmo, chiese ed ottenne la sua condanna a dieci anni di carcere. L’ innocenza del famoso giornalista e presentatore televisivo fu, però, riconosciuta dalla Corte di appello di Napoli il 15 settembre 1986, e definitivamente l’ anno successivo dalla Cassazione.

Nessuno degli accusatori ha mai pagato per i sette mesi trascorsi da Tortora in carcere, il lungo processo, le accuse infamanti subite, le sue foto in manette pubblicate sulle prime pagine, il dolore lacerante nel vedere distrutta la propria onorabilità; e la morte avvenuta appena un anno dopo la fine dell’ iter processuale.

La storia della colonna infame, dunque, è andata ben oltre il XVII secolo. Diventò il metodo dei processi politici condotti durante gli anni del Terrore giacobino e, in seguito, dello stalinismo sovietico. E si è ripetuta – mutatis mutandis – nel contesto della (mala)giustizia italiana nell’ ultima parte del secolo scorso; di questa “giustizia” Enzo Tortora, purtroppo, non è stata la sola vittima.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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