La commedia di Mimmo Lucano

mimmo Mimmo Lucano, sindaco di Riace, è agli arresti domiciliari per ordine del procuratore della Repubblica di Locri, che lo accusa di aver favorito l’immigrazione illegale nonché di aver celebrato matrimoni di comodo, sempre con lo stesso intento.

Egli è un noto esponente della politica pro immigrazione, che da tempo lo ha eletto a simbolo e modello dell’accoglienza per la sua originale gestione del fenomeno che, mediante un complicato sistema di incentivi alla creazione di cooperative e posti di lavoro, ha dato qualche buon risultato soprattutto nel ripopolare il paesino di Riace.

Il problema, però, secondo l’ordinanza del pm, è che il sindaco sarebbe andato ben oltre i limiti imposti dalla legge, perché mosso dalla volontà di garantire a tutti i costi il permesso di soggiorno anche ad immigrati che non avevano i requisiti per ottenere lo status di rifugiato; e come emerge dalle intercettazioni telefoniche già pubblicate dai giornali, si diceva pronto a falsificare dei documenti ufficiali in nome di un principio morale superiore. La sua sarebbe stata, dunque, una forma di “disobbedienza civile”, motivata dalla convinzione che sia nostro dovere accogliere gli immigrati, sempre e comunque. Naturalmente, personaggi del calibro di Roberto Saviano e Gad Lerner sono subito corsi a sostenere le sue ragioni.

La domanda che a questo punto viene spontaneo porsi è: visto che nel caso del sindaco Lucano non si tratta di azioni volte all’arricchimento personale ma al benessere degli immigrati giunti a Riace, violare le leggi che regolano l’immigrazione è da considerarsi un reato o può essere accettato in nome del valore indiscutibile della solidarietà umana?

Per cercare di rispondere a questa non facile domanda, non utilizzeremo il codice penale – come invece faranno i magistrati -, ma un classico della letteratura greca: l’ Antigone di Sofocle. Nella famosissima tragedia si racconta, infatti, la vicenda di Antigone, figlia dell’ ex re di Tebe Edipo, la quale non volle rispettare il divieto di dare sepoltura secondo la tradizione al corpo del fratello Polinice, morto in battaglia durante l’assalto alla città, ormai governata da Creonte, fratello dell’ ex regina Giocasta e zio di Antigone. Creonte aveva espressamente decretato contro la sepoltura rituale di Polinice, considerandolo (non certo a torto) nemico e traditore della patria.

Il problema che la tragedia, dunque, pone è una insanabile contraddizione: da una parte il “nomos”, ovvero la legge che è uguale per tutti (principio fondamentale della tradizione giuridica occidentale da cui proviene il nostro Stato di diritto); e dall’altra l’etica, che prescrive mediante i suoi codici non scritti l’amore fraterno e la pietà per i defunti. Antigone non mette in discussione la legge del sovrano, ma si rifiuta di obbedirgli; pertanto ricopre di terra il cadavere del fratello e consapevolmente va incontro alla sua condanna a morte. La tragedia, però, non si conclude così: non è solo Antigone ad essere punita per la sua disobbedienza civile; anche Creonte subirà un destino altrettanto doloroso, perché suo figlio Emone si ucciderà sul cadavere di Antigone, di cui è innamorato, e dopo di lui si darà la morte persino Euridice, madre di Emone e sposa del sovrano.

Qual è la differenza tra la tragedia di Sofocle e la vicenda del sindaco di Riace, ammesso che sia lecito stabilire un confronto? Nell’ Antigone le posizioni contraddittorie e tragicamente inconciliabili sono nettamente separate in quanto rappresentate da due personaggi ben distinti: Creonte e Antigone. Nella “commedia” di Mimmo Lucano c’è, invece, una evidente confusione dei ruoli: il sovrano, che in questo caso è un sindaco democraticamente eletto e che quindi incarna la legge e dovrebbe rappresentarla, è anche colui che la vuole sovvertire attraverso le sue stesse pratiche illecite e finti matrimoni.

Mentre la tragedia greca produce una straordinaria tensione dovuta alla polarizzazione degli opposti princìpi che non trovano la sintesi, la commedia calabra vede Mimmo Lucano interpretare due ruoli contemporaneamente e quindi, parafrasando Goldoni, diventare “Arlecchino, servitore di due padroni”: perché non si possono far rispettare le leggi dello Stato e contemporaneamente, magari indossando la fascia tricolore, celebrare degli pseudo matrimoni anche se spinto dall’amore per lo straniero (xenos). Nel secondo caso ( checché ne dica Saviano) si rischia di trasportare tutto sul piano della comicità e persino di finire in galera.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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