Il bullo vuole 6

lucca Il 6 politico non l’ ha inventato il ragazzo-bullo di Lucca che, com’è a tutti noto grazie al video divulgato sui social, lo pretendeva dal suo professore di Italiano e Storia, addirittura dicendogli di mettersi in ginocchio davanti a lui. Il 6 politico è un’ invenzione antica: risale al ’68, quando gli studenti universitari e poi quelli delle scuole medie si ribellarono all’ autorità dei loro insegnanti (e dei loro genitori); e in un furore rivoluzionario ispirato ai canoni marxisti e maoisti iniziarono a smontare il sistema scolastico basato sul merito, lo studio, la serietà, il rispetto e la valutazione dei risultati.

Avrebbero potuto proporre modelli alternativi, grazie a un maggiore dialogo e una modernizzazione dei contenuti, introducendo lo studio delle lingue e delle letterature straniere, per esempio. E invece no: siccome in gran parte scelsero l’ ideologia marxista e il mito della rivoluzione culturale maoista, il ’68 trasformò ben presto le principali università italiane in luoghi di bivacco e di casino permanente. Nessuno più studiava seriamente; si leggevano e si ripetevano acriticamente i testi sacri del comunismo; si impediva ai professori di tenere lezioni anche mediante l’ uso della violenza e delle minacce; e poi si pretendeva di sostenere gli esami e di laurearsi con voti necessariamente positivi.

Prevalevano i più forti, i gruppi politici organizzati anche militarmente come Lotta Continua, Potere Operaio, Servire il popolo ed altri, che inizialmente vennero difesi persino dai sindacati di sinistra e dal Partito comunista. Solo quando, alla fine degli anni Settanta, i gruppi terroristici delle Brigate Rosse commisero vere e proprie stragi, come quella avvenuta per il rapimento e la successiva uccisione di Aldo Moro, il sindacato e il Partito comunista presero le dovute distanze.

Alla fine di quegli anni, però, dopo il tramonto delle ideologie e la sconfitta del terrorismo brigatista, della scuola italiana e dell’ università rimasero soltanto le macerie.

Nelle scuole medie inferiori e superiori, la classe degli insegnanti aveva perso ormai ogni prestigio sociale e autorevolezza culturale; i sindacati, infatti, avevano creato un bacino occupazionale per risolvere in parte i problemi di tanti giovani laureati, aprendo le porte dell’ insegnamento a chiunque senza più richiedere una preparazione adeguata e un lavoro di qualità. Nelle università, proliferate a dismisura per avere in quasi ogni capoluogo italiano qualche scadente ma redditizia facoltà, i diplomi delle cosiddette lauree triennali venivano e vengono ancora oggi distribuiti con grande generosità, tanto non valgono più nulla nel mercato del lavoro. Per non parlare di molti docenti universitari, che hanno vinto i concorsi non per meriti scientifici e pubblicazioni realizzate, ma tramite le giuste conoscenze e l’ appartenenza a qualche partito o gruppo di potere o conventicola che conta.

Il ragazzino di Lucca non è, dunque, un mostro nato per sbaglio o un extraterrestre arrivato da una lontana galassia. E il professore che non ha avuto il coraggio di denunciarlo, ma ha subito in silenzio le offese e le minacce, non è un caso isolato nel mondo della scuola.

Sono entrambi il risultato di un lenta evoluzione, o meglio di una involuzione che ha mortificato il concetto stesso di pedagogia. E così, da un lato, complice ovviamente la disintegrazione dell’ altra grande istituzione sociale (la famiglia), gli studenti di oggi sono in gran parte superficiali, ignoranti, maleducati e in alcuni casi persino violenti; e dall’ altro, gli insegnanti non sono più intellettuali chiamati a educare, sé-ducendo, ma semplici impiegati mal retribuiti, spesso sfiduciati e arresi di fronte al declino della scuola e, più in generale, della nostra società.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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