A scuola smartphone no

cell Il primo giorno di scuola è arrivato ormai in tutte le regioni italiane, e io vorrei cogliere l’occasione per rivolgere una preghiera non ai beati del Paradiso (di quelli ci occuperemo più in là, quando arriveremo alla terza cantica della Divina Commedia), bensì ai dirigenti scolastici; se poi anche il nuovo ministro dell’Istruzione, che viene dal mondo della scuola e non dal sindacato o dalla luna, vorrà ascoltarla, lo ringrazio anticipatamente.

La preghiera è molto semplice ed è la seguente: voi che potete (qualcuno di voi l’ha già fatto), fate qualcosa concretamente per togliere gli smartphone agli studenti durante le ore di lezione. Lo so che già esistono norme e circolari che vietano l’uso dei cellulari a scuola, ma è noto che queste non bastano perché, nonostante gli insegnanti cerchino di farle applicare, poi succede che appena c’è un momento di distrazione o suona la campanella alla fine dell’ora o semplicemente ci si nasconde dietro le spalle del compagno che siede davanti, i ragazzi tirano fuori il telefonino che ormai, essendo collegato a internet, serve ad andare sui social più che a telefonare.

Ci vorrebbe, invece, una norma del dirigente che obblighi gli studenti a consegnare gli smartphone all’inizio delle lezioni (nelle modalità che si potrebbero scegliere autonomamente in ogni scuola), per poi riprenderli alla fine della mattinata.

Quali sarebbero i vantaggi di un divieto messo in atto e non solamente teorizzato? La risposta è facile e chiunque abbia figli nella fascia d’età dei 13-18 anni la conosce bene: i giovani di oggi sono praticamente dipendenti da queste tecnologie, ne abusano in casa, ne abusano quando escono con i compagni, ne abusano durante le vacanze; e quindi, almeno a scuola, dovrebbero “disintossicarsi” per quattro o cinque ore e concentrarsi solo sui libri, la scrittura, le traduzioni, i problemi di matematica, le spiegazioni degli insegnanti.

Sono certo che, come dicevo, tutti i genitori degli studenti delle scuole medie inferiori e superiori condividono questo ragionamento per la sua ovvietà; e, visto che ci tengono alla salute psico-fisica dei loro figli, sarebbero ben lieti di sapere che i ragazzi a scuola pensano a studiare anziché guardare ossessivamente quello succede nel mondo (falso) di Facebook.

Se si facessero dei referendum per interpellare i genitori, non ho dubbi che essi voterebbero a favore del divieto.

E allora qual è il problema? Perché il divieto non viene realmente attuato e ci si limita a delle inefficaci “grida” di tipo manzoniano? Purtroppo ci sono molti dirigenti scolastici che non la pensano come me e come la stragrande maggioranza dei genitori; essi ritengono che la diffusione della tecnologia a scuola non vada mai ostacolata, anzi che bisognerebbe incentivarla in tutte le sue forme. E, di conseguenza, vanno bene anche gli smartphone in classe che – secondo loro – potrebbero essere usati per scopi didattici. In Finlandia, per esempio, non si usano più i libri e i quaderni, ma soltanto tablet e simili; con il risultato che gli studenti non sanno più scrivere in corsivo e questo (non lo sostengo solo io, ma esperti di neuroscienze) produce danni enormi allo sviluppo delle capacità cognitive dei giovani.

Ma sia chiaro, qui non sto dicendo che la tecnologia è un male: uso regolarmente internet per i miei studi e le mie ricerche, scrivo con il pc da trent’anni e comunico con gli amici via email o whatsapp; ma gli anni del liceo li ho passati sudando sui libri di letteratura, storia, filosofia, scienze eccetera, ed è su quelli che mi sono formato e sono quindi diventato (almeno così credo) una persona in grado di ragionare.

Facciamoli, dunque, respirare i ragazzi; facciamoli concentrare, studiare con impegno e senza distrazioni almeno durante le ore di scuola. Perché la tecnologia è senza dubbio una delle grandi conquiste della nostra civiltà, ma l’abuso produce danni irreparabili.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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