Salvati o traghettati?

images (7) Evidentemente, se c’ è un limite a tutto, ci dev’ essere anche un limite all’ accoglienza. E’ il buon senso che ce lo impone, non il razzismo o la xenofobia che i teorici delle porte e dei porti aperti vedono in chiunque cerchi di proporre soluzioni alternative a quella che ultimamente è diventata una vera e propria invasione.

Perché qui si sta parlando di oltre 80.000 migranti arrivati dall’ inizio del 2017, che potrebbero superare i duecentomila alla fine dell’ anno, se non si fa qualcosa per fermare le operazioni che vengono chiamate “di salvataggio” ma in realtà sono traghettamenti in grande stile, organizzati dalle navi delle Ong internazionali a cui si aggiungono le navi della Marina italiana e quelle dell’ agenzia europea Frontex. Navi che, come è noto, arrivano ai limiti delle acque territoriali libiche e svolgono appunto funzioni di traghetto per quei migranti i quali, dopo avere pagato lautamente i trafficanti di esseri umani, navigano solo per poche miglia sui gommoni.

E siccome il bel tempo delle ultime settimane ha incentivato le partenze, abbiamo visto sbarcare nei porti meridionali, ormai sul punto di collassare, 4-5 mila immigrati al giorno. Sempre e solamente nei porti siciliani e calabresi, perché questo impone la regola del cosiddetto diritto internazionale: che tutte le navi, qualsiasi bandiera abbiano, spagnola, irlandese, maltese etc., facciano sbarcare i “salvati” nel paese più vicino, cioè in Italia.

Dopo anni che la storia andava avanti così e nessuno ha mosso un dito per evitare che centinaia di migliaia di immigrati (i quali solo in piccola parte vengono poi riconosciuti come profughi) si riversassero nei centri di prima accoglienza e di lì si disperdessero nelle nostre città, in strutture alberghiere pagate dai contribuenti o peggio ancora in edifici fatiscenti occupati abusivamente, ebbene, finalmente il ministro dell’ Interno Minniti si è accorto della gravità della situazione. Minniti ha persino interrotto un viaggio in America per verificare con i suoi occhi quello che era già sotto gli occhi di tutti ( ma meglio tardi che mai) ed ha allertato il nostro capo del governo Gentiloni, un vero bradipo sonnacchioso, il quale si dev’ essere risvegliato bruscamente dal sogno ad occhi aperti che aveva fatto fino all’altro ieri: che meraviglia la politica dell’accoglienza.

Gentiloni, probabilmente istigato dal ministro, per la prima volta nella sua vita ha osato fare la voce grossa, addirittura l’ ha fatta con i capi della Ue, Juncker e il commissario all’ immigrazione Avramoupolos; ed ha lanciato un ultimatum. Roba da non crederci: Gentiloni, il signor Sissignore, quello che non alzava mai la voce, tanto che anche quando parla al microfono è difficile seguirlo, ha minacciato di chiudere i nostri porti alle navi cariche di migranti che non battano bandiera italiana.

Da Bruxelles la risposta è stata immediata: non ci pensate neppure! Juncker ha offerto un po’ di soldi in più all’ Italia, e contemporaneamente il presidente Macron, giusto per farci capire chi comanda oggi in Europa, ci ha rimandato indietro qualche centinaio di clandestini che erano riusciti a passare il confine a Ventimiglia.

Sembra che l’ ultimatum del governo italiano scada a metà settimana. Poi staremo a vedere se il cagnolino, dopo aver abbaiato, sarà anche in grado di azzannare. Io, purtroppo, temo di no; e non soltanto per l’inconsistenza congenita e la debolezza politica del nostro leader, quanto perché l’ Italia è ormai affetta da un male incurabile, che la presenza e i discorsi di papa Francesco hanno molto acuito. Si tratta di quel solidarismo autolesionista che, pur di riempirsi la bocca di bei paroloni, sta distruggendo la convivenza civile nelle città, a partire dai quartieri periferici e popolari. Poi c’è un altro fattore che non va dimenticato: il business dell’ accoglienza ha creato nel nostro Paese una vera e propria lobby, molto potente e ricca, fatta di cooperative, politici collusi e organizzazioni no-profit che in realtà stanno facendo profitti giganteschi con gli immigrati e che spareranno contro ogni ipotesi di blocco navale, ovviamente in nome dei diritti umani.

In verità, un blocco navale ci vorrebbe, ma non nei porti italiani; bensì davanti alle coste della Libia, per impedire le partenze a quelle decine di migliaia di migranti che sono già pronti a montare sui gommoni (tanto sanno che le nostre navi li andranno subito a “salvare”), prima che l’ Italia venga definitivamente sommersa dallo tsnumani migratorio.

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Mi interesso di storia contemporanea e politica estera. E mi considero un libero pensatore.

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