Quel che resta dell’ Europa

download (17) Sessant’anni dopo la firma dei Trattati, i leader dei Paesi della UE meno uno (la signora Theresa May, causa Brexit) si sono incontrati nuovamente a Roma per celebrare un altro “matrimonio”, mettendo le loro firme in calce ad una Dichiarazione; un po’ come fanno quelle coppie che, dopo anni di reciproci tradimenti, liti e separazioni, sentono la necessità di ripresentarsi davanti ad amici e parenti, con un bel vestito e un sorriso smagliante, per rinnovare la fatidica promessa: uniti per sempre nella buona e nella cattiva sorte.

Ma basterà ripetersi la promessa, che nella fattispecie è stata articolata in un documento dove, insieme al tema della protezione sociale e del welfare fortemente richiesto dalla Grecia, viene indicato con una gentile perifrasi che in futuro si procederà “a ritmi e con intensità diversi se necessario”, per fare ciò che era stato vagheggiato nel 1957 e in seguito non si è mai realizzato?

Eh sì, perché quando i sei Paesi fondatori si incontrarono nella capitale d’ Italia (ma gli unici capi di Stato presenti erano Segni e Adenauer) non c’ è dubbio che il progetto era molto ambizioso e andava ben oltre la nascita del mercato comune e della libera circolazione delle merci. L’ idea era di giungere un domani alla federazione europea, allargata a tutti quei Paesi che si riconoscevano in una storia e in radici comuni. Quindi sì all’ economia comunitaria, che trovò la sua realizzazione nella CEE per poi arrivare alla moneta unica nel 2002; ma a supporto di questo si sarebbe dovuto generare un altro processo ancora più pervasivo, tale da incidere nell’ animo collettivo dei popoli europei, e che avrebbe dovuto portare a una comune politica estera come pure a una difesa comune. Ma questo processo fu bloccato quando la Costituzione europea venne bocciata da due referendum tenuti tra il maggio e il giugno 2005 in Francia e Olanda, ai quali poi seguirono i rifiuti sostanziali di Inghilterra, Polonia e Danimarca.

Fu così che del sogno dell’ Europa federalista non restò altro che l’ impalcatura economico-finanziaria, per cui si è arrivati al paradosso che il Parlamento europeo è un organo depotenziato mentre chi oggi conta veramente sono gli alti tecnocrati di Bruxelles, guarda caso tutti di origine tedesca, olandese e finlandese. Ed è per questo che è stata scelta la politica dell’ austerity, cioè l’esatto contrario delle politiche espansive, ratificata con l’ accettazione del fiscal compact che uno sciagurato governo italiano di qualche anno fa è riuscito persino, con spirito autolesionistico, ad inserire nella nostra Costituzione nazionale.

Finiamo ricordando l’ultimo passaggio della recente e non brillante storia comunitaria, che ha visto naufragare tragicamente l’ ideale solidaristico dei fondatori: il fallimento delle politiche di gestione del fenomeno migratorio. Le frontiere esterne dell’ Europa sono state aperte e le navi delle varie marine militari mobilitate nel salvataggio dei migranti, che sono stati però sbarcati soltanto in Italia e in Grecia, dove sono ormai destinati a restare; perché intanto gli altri Paesi hanno alzato muri e tenuto ben sigillate le loro frontiere per evitare la redistribuzione.

Diciamola tutta allora: mentre a Roma, il 25 marzo 2017, si firmava e si brindava nella sala degli Orazi e dei Curiazi, Lampedusa era già stata espugnata da un pezzo.

About This Author

Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

Post A Reply