La tirannia del politically correct

th Che cos’è il “politically correct”? E’ la cultura oggigiorno dominante nei paesi europei (ma non dell’ Est) e nell’ area anglo-americana, che si è tenacemente radicata nelle istituzioni, nei grandi media, nelle università e perfino nelle scuole; che ha stabilito dei principi in origine appartenenti alla tradizione liberale, ma poi li ha trasformati in veri e propri tabù inviolabili, difesi con un linguaggio e una semantica specifici che talvolta rasentano il fanatismo ideologico.

E’ stato così per i diritti civili. All’inizio del secolo scorso ci furono battaglie sacrosante per estendere il diritto di voto alle donne, per garantire il diritto di sciopero ai lavoratori, per combattere le discriminazioni razziali. Nel corso degli ultimi anni, poi, tutto è diventato un diritto civile, come per esempio il preteso “diritto” dei maschi omosessuali ad avere figli attraverso l’ affitto dell’ utero di una donna.

Il politically correct è praticamente questa forma di aberrazione, per cui si giustifica qualsiasi desiderio, pur comprensibile come quello della paternità, anche se si scontra con la natura umana (da che mondo è mondo i figli nascono da una mamma ed un papà); e attraverso una modifica del linguaggio corrente (genitore 1 e genitore 2, per esempio) si cerca di occultare la verità fattuale per crearne una più gradita a certe minoranze, gruppi etnici o religiosi, imponendola poi a tutti gli altri.

Chi non si attiene alle regole semantiche del politically correct viene regolarmente etichettato come razzista, xenofobo, islamofobo, troglodita, maschilista, fascista e chi più ne ha più ne metta. I grandi media dell’area progressista sono stati i principali veicoli di questo dogmatismo culturale, ma poi ci sono le istituzioni politiche che spesso intervengono con tutto il peso del loro potere a condannare e talvolta persino a sanzionare chi non si adegua alla visione “corretta” del mondo.

In Italia abbiamo esempi chiarissimi di questo sistema: basti pensare alla presidente della Camera, Laura Boldrini, che sostiene con i mezzi a sua disposizione una vera e propria revisione del vocabolario italiano, che elimini tutte le parole ritenute offensive come immigrati (i quali pertanto sono diventati “migranti” come se fossero rondini) o clandestini (trasformati in “temporaneamente irregolari”) o zingari (“nomadi” anche quando abitano da molti anni nello stesso campo).

Quando poi il tema dell’ Islam si incrocia con quello della scuola, allora può scoppiare una vera e propria tempesta. Come è successo recentemente nell’ istituto superiore “Falcone-Righi”, vicino Milano, dove il prof. Pietro Marinelli (laurea in Diritto e laurea in Scienze religiose) ha osato spiegare la natura autoritaria della religione islamica nella sua classe, alla presenza di una studentessa musulmana che si è sentita offesa e che, con i suoi genitori, ha poi sporto denuncia contro il docente.

Visto il curriculum del Marinelli, si presume che egli abbia fatto una seria lezione di carattere storico e antropologico, senza riferimenti specifici alla sua studentessa ma restando su un approccio di carattere generale (cosa che egli stesso ha sostenuto quando è stato chiamato a difendersi). Ma purtroppo nella scuola pubblica italiana, dove si tengono regolarmente lezioni di storia sui processi fatti dalla Chiesa cattolica nei secoli passati contro gli eretici o presunti tali (come Galileo, giusto per citare il più noto), il politically correct non vuole che si parli di Islam in modo veritiero e, qualora si accenni alla questione, non bisogna mai denunciare che nell’ Islam le donne sono soggiogate, che il fondamentalismo e il terrorismo trovano la loro giustificazione nei versetti del Corano, che nel mondo non esistono stati islamici democratici perché sostanzialmente l’ Islam (come ci ha spiegato il compianto politologo Giovanni Sartori) sostiene la teocrazia che è proprio il contrario dello Stato liberale.

A farla breve, il povero prof. Marinelli (al quale va tutta la mia solidarietà) è stato sanzionato dal suo Dirigente scolastico con una sospensione dal lavoro e una conseguente decurtazione dello stipendio. Come la vogliamo chiamare questa? Tirannia del politically correct? Oppure, semplicemente, sottomissione, come avrebbero detto lo scrittore francese Houellebecq e la grande Oriana Fallaci?

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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