La cittadinanza non è un diritto

th Se chiedessimo al primo uomo o alla prima donna che incontriamo uscendo per strada qual è la priorità in assoluto oggi in Italia, sono pronto a scommettere che lui/lei risponderebbe senza esitare: il lavoro. Perché se si è giovani o se si hanno dei figli o se si è uno delle migliaia di adulti disoccupati, gli italiani lo sanno bene di cosa avrebbero bisogno: una seria politica occupazionale. Tutto il resto viene dopo.

Ma pare che non sia così per l’ attuale governo Gentiloni che, invece, pone al vertice delle sue priorità l’ approvazione della legge sulla cittadinanza agli stranieri, attualmente in discussione in Parlmento e nota come legge dello “ius soli” perché verrebbe a cambiare il principio che vigeva fino ad oggi, ovvero lo “ius sanguinis” ( il diritto di sangue), per cui un bambino diventa cittadino italiano se ha almeno un genitore italiano.

Se venisse approvata definitivamente la nuova legge, si diverrebbe cittadini italiani quando almeno un genitore è residente in Italia da minimo cinque anni prima della nascita oppure al termine di un percorso regolare di studi svolto nel nostro Paese.

A dirla così sembra tutto bello e persino semplice. Perché mai si dovrebbe negare la cittadinanza ai bambini stranieri nati e cresciuti in Italia, che parlano correttamente l’ italiano e magari tifano per il Milan o la Juventus? I difensori della nuova legge e il capo del governo Gentiloni in primis hanno detto, infatti, che si tratterebbe semplicemente di garantire un loro diritto.

E qui, allora, visto che si parla come al solito di diritti, iniziano a porsi delle domande. Siamo così certi che la cittadinanza sia un diritto da garantire a priori, soltanto perché un bambino straniero è nato in Italia, secondo il principio dello “ius soli”? Non sarebbe più giusto considerare la cittadinanza come una sorta di riconoscimento di un percorso culturale, che quindi può concludersi solo con la maggiore età e, soprattutto, con la consapevole richiesta della stessa da parte del giovane che vuole diventare a tutti gli effetti italiano?

Che significa, poi, diventare cittadino italiano, se non riconoscersi nei valori fondamentali della Nazione, che sono quelli indicati con precisione nella nostra Costituzione? Ma allora bisogna saper leggere e comprendere la Costituzione, per diventare consapevolmente un italiano: quindi non sarebbero sufficienti i cinque anni di scuola (magari elementare) previsti dallo “ius culturae” e neppure basterebbe essere figlio di un immigrato residente in Italia come vorrebbero i sostenitori dello “ius soli”.

Ma, al di là di queste considerazioni di ordine teorico, ci sono una serie di questioni pratiche che sconsigliano fortemente l’approvazione della nuova legge. La fondazione Leone Moressa ha pubblicato uno studio secondo il quale diverrebbero cittadini italiani dall’ oggi al domani 800mila stranieri e, una volta introdotte le nuove regole, ci sarebbero ogni anno 60mila nuovi italiani. Tutto questo con ricadute pesantissime sul sistema sanitario, previdenziale ed occupazionale. La Fondazione prevede che in ogni caso la popolazione degli stranieri residenti in Italia diventerà di circa 20 milioni nel 2050; con una riforma che rendesse più facile ottenere la cittadinanza, chissà quanti altri stranieri verrebbero incoraggiati a venire e, ovviamente, a far nascere i loro figli in Italia.

Insomma, quello che è già successo in Francia e in Inghilterra, dove esistono interi quartieri delle città abitati esclusivamente da stranieri prevalentemente di religione islamica (con tutte le problematiche che sappiamo, tra cui la diffusione del radicalismo e l’intensificarsi della minanaccia del terrorismo), potrebbe verificarsi anche in Italia.

Ultima considerazione: quando i “nuovi” cittadini italiani si recheranno alle urne, un domani potrebbero scegliere di votare per i rappresentanti nostrani della Fratellanza musulmana, il cui leader Hamza Piccardo sta già pensando di fondare un partito islamico italiano. Un futuro non certo roseo, come viene spiegato in “Sottomissione”, il bellissimo e sempre attuale romanzo dello scrittore francese Michel Houellebecq: ottimo da leggersi questa estate sotto l’ombrellone.

About This Author

Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

Post A Reply