In ricordo di Giuseppina Ghersi

giuseppina-ghersi C’ era una volta una ragazzina di 13 anni che si chiamava Giuseppina… Questo non è l’inizio di una fiaba, è storia del secolo scorso: Giuseppina Ghersi aveva scritto un tema che oggi diremmo pieno di retorica, eppure al tempo del fascismo era proprio così che si chiedeva di scrivere agli studenti delle scuole italiane; il tema poi arrivò sulla scrivania del Duce, a cui piacque tanto che volle premiare la ragazzina che ne era l’ autrice. E Giuseppina divenne involontariamente un volto noto del fascismo, ma anche, per sua disgrazia, tra i combattenti antifascisti.

Primavera del 1945: la guerra in Italia sta finendo, il fascismo è già sconfitto, il 25 aprile è imminente; ma il tempo della pacificazione non è ancora arrivato, anzi è tempo di atroci vendette. Alcuni partigiani, in provincia di Savona, si ricordano della bambina “fascistissima” e decidono di darle una lezione: la sequestrano, la portano in un campo di prigionia e la stuprano in gruppo per diversi giorni, fino a quando vogliono farla finita con lei, e allora le sparano un colpo in testa e poi gettano il cadavere in una fossa comune davanti al cimitero di Zinola.

Questi i fatti: puri e crudi. Non fu certo l’ unica atrocità commessa durante la guerra civile che in Italia si sovrappose alla seconda guerra mondiale tra il 1943 e il 1945, e che ebbe degli strascichi di violenza finanche negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto, in quelle aree dove i partigiani rossi non si rassegnavano all’idea che l’ Italia potesse diventare una normale democrazia. E’ un pezzo di storia che è stato per lungo tempo ignorato intenzionalmente dagli storici militanti, perché le nuove generazioni crescessero col mito resistenziale e l’ idea che solo la Resistenza avesse liberato il Paese dall’ occupazione nazifascista. Guai, allora, ad infangare il mito degli eroici partigiani con il ricordo degli atti criminali di cui alcuni di loro si macchiarono in quegli anni.

Chi continua a pensarla ancora oggi in questo modo, nonostante che grazie ai libri di Gianpaolo Pansa la verità sia venuta completamente a galla su questo ed altri episodi simili, è l’ ANPI, l’ associazione degli ex-partigiani, o meglio degli ultimi ex-partigiani a cui si sono aggiunti molti sostenitori più giovani della stessa fede resistenziale.

Accade ora che il sindaco di Noli decida finalmente, su indicazione del consiglio comunale, di porre in una piazza una targa commemorativa per la povera Giuseppina Ghersi: una semplice targa dove è scritto che si vuole ricordare la sorte della sventurata ragazzina. Punto e basta. Non vi è scritto che i suoi carnefici furono uomini che dicevano di combattere per ideali di giustizia e di libertà; non si dice che Giuseppina venne torturata e violentata per giorni fino a quando essi la uccisero, né che i suoi assassini erano partigiani, proprio per evitare la polemica politica.

Ciò nonostante l’ ANPI di Savona ha protestato ufficialmente. Per l’ ANPI era meglio tacere per sempre, continuare a far finta che non fosse mai successo. In fondo questa Giuseppina Ghersi di 13 anni per loro, nel 1945, era solo una spia fascista e tale rimane ancora oggi. E con i fascisti l’ ANPI non ammette la pietà, neppure da morti, neppure settant’ anni dopo.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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