La dittatura del linguisticamente corretto

download (13) Il “politicamente corretto” sta lentamente evolvendosi in un vero e proprio totalitarismo linguistico, tanto è vero che appena pochi giorni fa un giudice del tribunale civile di Milano ha condannato ad una multa salata un leader politico (provate a indovinare un po’ di chi si tratta) per un manifesto contenente la parola “clandestini”, perché giudicata offensiva e portatrice di sentimenti razzisti.

Mi dispiace aver scomodato il concetto di “totalitarismo” per una fatto che, al di là del danno per la somma di denaro che Matteo Salvini dovrà sborsare se sarà ritenuto colpevole anche dopo il probabile ricorso, sembra più una barzelletta che getta nel ridicolo una certa parte della magistratura italiana, responsabile di aver fatto danni ben più consistenti (solo di recente abbiamo letto la storia di quel povero Cristo completamente scagionato dopo aver passato, da innocente, 21 anni in carcere).

Ma, in realtà, i regimi totalitari non è che diventino tali da un giorno all’ altro: all’ inizio della Rivoluzione francese, Robespierre sembrava un bravo avvocato difensore dei diritti degli uomini, solo quando sale al potere instaura il Terrore e mette in funzione le ghigliottine nelle piazze di Parigi; Lenin si presentava come il fondatore di una nuova società basata sulla giustizia sociale, ma alla sua morte gli succede Stalin, il principale responsabile dei campi di concentramento in Siberia e della carestia in Ucraina del 1932, che fecero milioni di morti; lo stesso Hitler inizialmente parlava di pace nei suoi discorsi, poi sappiamo di cosa è stato capace scatenando la seconda guerra mondiale e l’ Olocausto.

Certamente il giudice di Milano non diventerà mai un dittatore o il leader di un partito nazi-comunista. Lui rassomiglia più a un personaggio di Kafka, come i poliziotti del “Processo” che, senza dirgli perché, la mattina presto vanno ad arrestare il giovane K. e poi lo conducono davanti al magistrato che lo sottopone ad un processo sommario quanto surreale, proprio come avveniva nei tribunali del popolo nella Francia di Robespierre o nell’ Unione Sovietica di Stalin. Ciò nonostante dobbiamo preoccuparci, perché quando ci vogliono imporre un modo di pensare ed una forma di espressione prestabilita attraverso la censura del “linguisticamente corretto”, quello è il segnale che la società sta cambiando e sta piano piano trasformandosi in qualcosa che ancora non vediamo, ma prima o poi si manifesterà in un regime.

Qui non staremo a citare il Devoto Oli o la Treccani, dove la definizione di clandestino è chiarissima e non lascia dubbi, per cui lo è chiunque salga a bordo di un mezzo pubblico senza aver pagato il biglietto o arrivi in un Paese straniero senza i documenti in regola. Nessuna offesa e nessun sentimento razzista, dunque, quando chiamiamo “clandestini” le persone che sbarcano in Sicilia prive di passaporto e spesso senza nemmeno farsi identificare. E come diavolo li dovremmo chiamare? Migranti come gli uccelli? Diversamente regolari? Turisti per caso? Risorse umane come vorrebbe la Boldrini? O fratelli dell’ Africa come suggerisce il papa? Quel giudice di Milano ci vuole obbligare a chiamarli “richiedenti asilo”, ma di fatto sono clandestini e la maggior parte di loro restano tali anche alla fine delle lunghissime procedure di accertamento, visto che non gli viene riconosciuta la condizione di profughi in fuga dalla guerra.

Quando un giudice sale in cattedra e pretende persino di darci lezioni d’ italiano, ci viene di chiedere come il ben noto Antonio Di Pietro: ma che c’azzecca?

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Mi interesso di storia contemporanea e politica estera. E mi considero un libero pensatore.

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