I nostri vicini francesi

mattei Facciamo un ripassino di storia: i rapporti dell’ Italia post-risorgimentale con la Libia risalgono ai tempi di Giovanni Giolitti, che ne decise l’ occupazione (1911-1912), strappandola così all’ Impero turco-ottomano e facendola divenire colonia del Regno unito; successivamente fu il Duce a voler estendere la dominazione “imperiale” in quell’area, ma, oltre alla guerra, portò in Tripolitania e Cirenaica anche grandi infrastrutture, come la via Balbia, lunga 1800 chilometri, che ancora oggi esiste e funziona. Intorno agli anni Cinquanta l’ attivismo dell’ ing. Mattei e della sua creatura, l’ Eni, cominciò a suscitare l’ invidia di Francia e Inghilterra: le grandi potenze coloniali europee, ormai sulla via del declino, non potevano accettare che una nazione uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, come l’ Italia, potesse avere l’ esclusiva delle trivellazioni in Libia e si rifornisse direttamente di petrolio e gas.

Enrico Mattei, sfortunamente, precipitò con il suo piccolo aereo (Francesco Rosi ne fece un bel fim con Gian Maria Volonté, ipotizzando l’ attentato), ma l’ Eni ha continuato ad operare con profitto in Libia nel corso dei decenni successivi, anche durante e dopo il cambiamento di regime che vide la presa del potere da parte del dittatore Muhammar Gheddafi. Il governo Berlusconi, nel 2008, fece poi con Gheddafi un ottimo accordo, per cui si impegnò a versare dei risarcimenti per l’antica dominazione colonialista in cambio di appalti per le nostre imprese e, soprattutto, di una ferma politica anti-migratoria.

Tutto sembrava funzionare perfettamente: Gheddafi prendeva i soldi, ma li girava ad imprese italiane a cui appaltava lavori, e intanto bloccava i migranti sulle coste libiche.

Ed è qui che tornano in ballo francesi e inglesi, sostenuti anche dall’ allora presidente degli USA. Sarkozy e Cameron, guarda caso, decisero che il dittatore Gheddafi dovesse essere defenestrato perché in Libia ci voleva la democrazia; e il premio Nobel per la pace Obama fu perfettamente d’accordo, visto che credeva nell’ avvento delle “primavere arabe”. Persino il nostro presidente Napolitano si mise a tifare per l’intervento dei caccia-bombardieri, mentre Berlusconi provò a tirarsi indietro, intuendo quale disastro si prefigurava per l’ Italia, ma non riuscì ad opporsi alla potente coalizione franco-anglo-americana.

Fu così che nella primavera 2011, grazie all’intervento armato di Francia e Inghilterra, il regime di Gheddafi venne abbattuto e sostituito praticamente dal caos generale e dalle guerre fra tribù rivali, gruppi etnici, fazioni islamiste di varia natura, che ancora durano e, come sappiamo, hanno avuto come diretta conseguenza la partenza di oltre mezzo milione di migranti in direzione Sicilia, il luogo sicuro più vicino.

Ora in Francia è salito al potere Macron, che probabilmente si considera un nuovo Bonaparte o giù di lì. Infatti è un vero decisionista: tra le prime decisoni che ha preso, ha ordinato la chiusura della frontiera di Ventimiglia e il rimpatrio forzato (in Italia) di tutti i clandestini africani. Inoltre, forse perché ha capito che la Francia ha sconquassato la Libia, vorrebbe rimetterne insieme i cocci. E per questo ha ordinato ai due più importanti politici libici, Fayez al Serraj e il generale Khalifa Haftar, di volare a Parigi per discutere una soluzione al conflitto del loro Paese.

L’ Italia, così, viene messa fuori gioco. Il nostro capo di governo Gentiloni, stizzito, ha dichiarato di non prendere lezioni dai nostri vicini (i francesi), ma ha la grinta di un barboncino e l’ autorevolezza di un Puffo, per cui in Europa non se lo fila nessuno.

About This Author

Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

Post A Reply