Gli esami di Stato non finiscono mai

index Gli esami di Stato di quest’anno saranno certamente ricordati per quel madornale strafalcione delle “traccie” apparso sul sito del Miur e immediatamente rimbalzato e amplificato sulla rete, nonostante la successiva correzione in “tracce” come esige l’ortografia italiana, e le dovute scuse della ministra Fedeli il cui curriculum studiorum – lo sanno tutti – è alquanto miserevole.

Ma non è solo un errore ortografico, anche se molto grave visto che l’ autore è il Ministero della Pubblica Istruzione, a esprimere la qualità e probabilmente anche l’ obsolescenza di questa prova, che ormai sembra più un rituale d’iniziazione neppure tanto significativo, anziché un esame obiettivo sulle conoscenze dei nostri maturandi. La statistica, come sempre, parla chiaro: agli esami di Stato passano in media 96 alunni su 100. Tutti o quasi, dunque, vengono promossi; sia perché le commissioni (miste) operano in base al principio che non si può smentire il lavoro fatto dagli insegnanti durante l’ anno, sia perché le insufficienze riportate nella pagella di ammissione diventano quasi sempre sufficienze… per volontà del consiglio di classe.

Prendersela con i commissari d’esame (confesso: io sono uno di loro), però, non servirebbe a niente. Questi esami, infatti, rispondono perfettamente alla logica dell’ istruzione di massa che iniziò ad essere operativa verso la fine degli anni Sessanta, quando cioè la scuola italiana venne praticamente occupata dai sindacati (di sinistra) che fecero degli insegnanti una classe di impiegati-proletari, aumentandone a dismisura la quantità per renderli elettori addomesticati, e degli studenti un insieme indifferenziato smontando la famosa riforma gentiliana di epoca fascista.

Da quegli anni in poi la scuola italiana ne ha viste e sentite di tutti i colori. Giusto per restare in argomento di lingua italiana, c’è stato un famoso linguista, poi diventato ministro, che negò persino la necessità di studiare la grammatica perché espressione dell’odiata cultura borghese. Poi è arrivata la teoria delle competenze che avrebbero dovuto sostituire le conoscenze nozionistiche, per cui guai a far imparare a memoria una poesia di Leopardi o qualche terzina dantesca. Più recentemente siamo passati all’uso obbligatorio dei computer e dei tablet visti non come utili strumenti, ma come panacea di tutti i mali della scuola.

Tutto ciò accompagnato dall’ ecologismo imperante nei libri di testo scientifici, dal terzomondismo e dal multiculturalismo insegnati quotidianamente senza concedere nessuno spazio alla riflessione critica; per finire in questi ultimi anni con le teorie del gender e dei diritti individuali che ormai vengono divulgate già nella scuola elementare.

Volete una riprova di quanto affermato finora? Andatevi a leggere le tracce (mi raccomando, non le “traccie”) scelte quest’anno per il tema d’italiano: la prima, quella riguardante l’ analisi del testo letterario, ha proposto una poesia di Caproni che è tutta un manifesto dell’ ecologismo e dell’ anti-umanesimo; e che infatti si conclude proprio così: “Come potrebbe tornare a essere bella, scomparso l’uomo, la terra”. Letta in questo periodo di guerre, attentati terroristici e calamità naturali, beh, tocchiamo ferro e speriamo proprio di no.

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Mi interesso di storia contemporanea e politica estera. E mi considero un libero pensatore.

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