Gi studenti sono sfruttati?

index

E’ ottobre: sono già arrivate le castagne, i primi raffreddori autunnali e anche gli scioperi degli studenti delle superiori con le rituali manifestazioni per le strade delle città, i cartelli, i cori e le bombolette spray usate per insudiciare le vetrine degli odiati Mc Donald’s ( eppure frequentatissimi da quegli stessi ragazzi che la sera amano rimpilzarsi di cheese-burger e patatine).

Quest’ anno il tema della protesta è stato l’ alternanza scuola-lavoro, uno dei cardini della legge 107/2015, più nota come la Buona Scuola. Gli studenti, in sostanza, dicono che i tirocini da loro svolti presso le aziende sono una forma di sfruttamento perché non vengono pagati. E per questo se la sono presa con i ristoranti Mc Donald’s: il colosso alimentare ha infatti stabilito un accordo con il Miur ed ha ospitato molti studenti in diversi punti-vendita d’ Italia, i quali studenti hanno svolto le ore di stage previste dal progetto di alternanza scuola-lavoro a stipendio zero. Stesso discorso in alberghi, studi di geometri e architetti, musei, agenzie turistiche eccetera: il principio è sempre lo stesso e nessuno sborsa un euro.

Fanno bene allora gli studenti a protestare contro questo sistema? Direi proprio di no. Essi non hanno capito il principio fondamentale della cosa: non si tratta di andare a lavorare, anche se si svolgono delle mansioni lavorative, ma bensì di venire istruiti a svolgere un’ attività lavorativa. Infatti, per gli studenti, almeno in teoria, è previsto che nel luogo di lavoro ci sia un tutor che li segua, li indirizzi, li aiuti, li consigli e, alla fine, li valuti. Anche se a loro non sembra, stanno ancora studiando; è come se fossero a scuola, anche se non studiano materie teoriche seduti su un banco e con un professore che fa loro lezione. La scuola, per due o tre settimane l’ anno, è il posto di lavoro, in cui essi devono mettere in pratica ciò che hanno studiato fino a quel momento.

mc donalds

Se uno studente dell’ istituto alberghiero va a fare lo stage in un ristorante vero e proprio e non nel laboratorio della scuola con quattro o cinque tavoli e nessun cliente seduto a ordinare il pranzo e magari a lamentarsi se gli spaghetti non sono cotti al dente, quella per lui è una vera opportunità di mettere alla prova le sue capacità e di svilupparne altre.

Se uno studente del tecnico entra in uno studio e collabora con geometri, architetti ed ingegneri su progetti veri e non sull’ ipotetico restauro della biblioteca o della palestra comunale, quello diventa un momento essenziale della sua formazione. Stesso discorso per uno studente del liceo: svolgere un tirocinio in un museo o nel settore marketkng di un’ azienda già a 16/17/18 anni, potrebbe aprirgli gli occhi sul mondo reale e fargli scoprire ottime opportunità di lavoro per il suo futuro.

Il principio dell’ alternanza scuola-lavoro, dunque, è sicuramente sensato, e ce lo dimostra il fatto che questa è diventata la regola nei Paesi dove la disoccupazione giovanile è più bassa, come la Germania e la Francia. Quindi, quei ragazzi che gridano in piazza contro lo sfruttamento a cui sarebbero sottoposti, non hanno capito niente e forse preferirebbero lasciare le cose come stanno, ovvero con una scuola prevalentemente teorica da una parte e con il mondo del lavoro dall’ altro, ben separati e senza canali di comunicazione.

Altro discorso è, invece, ragionare concretamente su come il sistema dell’ alternanza scuola-lavoro dovrebbe essere migliorato. Qui, ovviamente, il discorso si complica e questa non è la sede adatta per farlo. Un paio di cose, però, vorrei dirle.

Stando al sito Skuola.net, che ha fatto una precisa indagine sull’ andamento del sistema, risulta che il 95% degli studenti del triennio delle superiori l’ anno scorso ha svolto l’ alternanza scuola-lavoro, ma 1 su 4 l’ ha fatta sui banchi di scuola, solo teoricamente, e, quindi, è come se non l’ avesse fatta. Il motivo è che, da un lato, non tutte le scuole si sono attivate prontamente per trovare sul territorio aziende disponibili a ricevere i loro studenti e, dall’ altro, non tutte le aziende italiane hanno ancora capito l’importanza di stabilire con le scuole rapporti di collaborazione che sarebbero reciprocamente vantaggiosi.

Seconda questione: il 14% degli studenti esaminati ha fatto fotocopie o portato i caffé; al 12% non hanno fatto fare nulla; per 1 ragazzo su 3 le attività non erano coerenti con gli studi; il 16% non ha avuto un tutor; quasi 1 su 5 non è stato informato sulle norme di sicurezza. Che vuol dire tutto ciò? Che la qualità dell’ alternanza scuola-lavoro, evidentemente, deve crescere in futuro, se vogliamo che i giovani ne traggano vantaggio.

Agli studenti che hanno scioperato e poi imbrattato le vetrine, dichiarandosi degli “sfruttati”, suggerirei di lasciar perdere le parole d’ordine e i metodi superati dei sessantottini di una volta, che ormai sono quasi tutti andati in pensione; e di essere più pragmatici, facendo proposte concrete per migliorare un sistema che, se veramente funzionasse come già funziona da anni in Paesi più avanzati del nostro, li aiuterebbe a non diventare un domani degli emarginati o dei nullafacenti.

About This Author

Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

Post A Reply