8 settembre 1943: l’ Armistizio

armistizio 8 settembre 1943, alle 19.42, il Maresciallo Pietro Badoglio, nonché capo del governo dopo l’ arresto del Duce, annunciava via radio la resa agli Alleati che avevano “accettato la richiesta” (parole sue). L’ accordo, com’è risaputo, era già stato sottoscritto cinque giorni prima a Cassibile, una frazione di Siracusa, all’ ombra dei secolari ulivi della baronessa Grande e alla presenza del comandante supremo delle forze anglo-americane, Eisenhower, futuro presidente degli Stati Uniti. Badoglio era rimasto a Roma; nella tenda militare era presente il generale Castellano, che firmò l’ accordo in sua vece.

Nel V secolo a. C., sempre a Cassibile, gli Ateniesi comandati da Demostene si erano arresi alla città-stato di Siracusa. Le conseguenze dell’ Armistizio del 1943, purtroppo, furono ben più tragiche per gli italiani, nonostante che la buona intenzione fosse quella di porre fine alla guerra. La guerra mondiale, infatti, non finì per l’ Italia, anzi si scatenò con una potenza di fuoco ancora maggiore e una ferocia spinta all’ estremo dallo scontro ideologico.

Quello che successe nei due anni che seguirono l’ 8 settembre è stato definito in tanti modi dagli storici di diversa estrazione e fede. Fu dunque una guerra di liberazione dal nazi-fascismo, una guerra di popolo per cacciare lo straniero invasore o una terribile guerra civile? La discussione continua ai nostri giorni, quando il tema dell’ anti-fascismo sembra trovare nuova vitalità grazie ad un disegno di legge che vorrebbe inasprire le norme che vietano la ricostruzione del partito fascista. Sconfitto e sepolto il fascismo (se si escludono i gruppetti dei nostalgici, ma da quando la nostalgia può essere considerata reato?), si prova mantenere in vita l’ anti-fascismo e così a dividere ancora una volta gli italiani in buoni e cattivi secondo il criterio della presunta correttezza democratica.

Ma torniamo a ragionare su quegli anni lì: all’ Armistizio fece seguito l’occupazione di Roma e dell’ Italia centro-settentrionale da parte dell’ esercito tedesco, che non trovò i soldati italiani ex-alleati a sbarrargli la strada; perché il re Vittorio Emanuele e i suoi generali avevano lasciato la capitale indifesa e le forze armate senza ordini precisi, per rifugiarsi a Brindisi e mettersi sotto la protezione degli Alleati.

Quella che seguì non fu una guerra di liberazione e nemmeno una guerra civile in senso stretto. Fu il caos. O meglio, la morte della Patria, per dirla con E. Galli Della Loggia.

I partigiani anti-fascisti combattevano in ordine sparso, con ideali e visioni del futuro dell’ Italia contrapposti, anche se a prevalere numericamente e militarmente furono le brigate comuniste che aspiravano a fare del Paese una provincia mediterranea dell’ Unione Sovietica; al punto da allearsi con i soldati di Tito nella “pulizia etnica” dell’ Istria e della Dalmazia, condannando a morte oltre diecimila italiani e costringendone altri trecentomila a lasciare le loro case.

I fascisti confluiti nella RSI, in nome di un’ antica promessa di fedeltà al Duce e all’ alleato germanico, non si accorsero che il fascismo era già morto con il colpo di Stato del 25 luglio e che Mussolini era ormai un fantoccio senz’ anima né autonomia, in mano ai gerarchi nazisti.

Poi c’ era il resto degli italiani, ovvero la maggioranza, tra cui tutti i soldati che avevano gettato la divisa e si erano dispersi nel tentativo di sfuggire alla deportazione nei lager in Germania. La zona grigia: non più fascisti e neppure anti-fascisti. Quelli che, come ha scritto recentemente Marcello Veneziani con l’ acume che lo contraddistingue, si fecero da parte in nome del “tengo famiglia”.

Intanto, gli ultimi badogliani, ancora fedeli ai Savoia e a quel re che si era “dimenticato” nella fretta di lasciare Roma di dire loro cosa fare, morivano in luoghi come Porzus, in Friuli, trucidati dai partigiani rossi che non si sentivano italiani perché la loro patria era una società ideale che andava costruita con la violenza rivoluzionaria a guerra finita. Oppure morivano sull’ isola greca di Cefalonia, rimasti isolati dal comando italiano e quindi facili prede dei tedeschi ai quali, senza valutare bene le conseguenze delle loro azioni, non avevano voluto arrendersi.

L’ 8 settembre non servì a fare degli italiani una Nazione, anzi contribuì a segnare dei solchi profondi e delle ferite che la storia degli ultimi sett’antanni non ha ancora ricucito. Domandate a un qualsiasi studente di scuola superiore quale sia la nostra festa nazionale: vedrete che difficilmente vi saprà dare una risposta certa. Chiedetelo a un giovane francese o a un americano o a un polacco, e vedrete che non esiteranno.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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