Un grande Checco Zalone

download (2) Con il suo ultimo film, Checco Zalone è diventato un vero e proprio fenomeno di massa, che quindi merita di essere indagato e analizzato, senza per questo togliere niente alla straordinaria comicità di “Quo vado” grazie alla quale,va detto innanzitutto, si ride tanto. Ciò che impressiona è la varietà, oltre che la quantità, del pubblico presente nelle sale: i bambini insieme ai loro genitori, gli adolescenti, i ventenni e persino gli anziani, tutti insieme davanti a un grande schermo come accadeva solo al tempo delle celebri commedie all’italiana.

Ma perché la storia di questo impiegato della Provincia in esubero, che accetta di essere sbattuto sulla calotta polare artica pur di non rinunciare al suo posto fisso, ci cattura e ci diverte? Perchè le battute sono così esilaranti, quando vengono dette nello slang pugliese di Checco, ed il suo volto assume l’espressione del furbetto e insieme del del finto tonto?

Secondo me, Checco Zalone ci piace perché, dopo anni di di comicità cerebrale alla Moretti, innocua alla Verdone, un po’ sciocca alla De Sica (figlio) e persino strappalacrime alla Benigni (l’ultimo Benigni), lui invece va diritto alla radice del problema, senza nessuna political correctness, senza mezzi termini, chiamando le cose coi loro nomi e non come i mass media e gli intellettuali di sinistra ci hanno finora imposto di fare, pena l’accusa di essere additati come razzisti se dicevamo “immigrato” e non “migrante”, come omofobi se usavamo “frocio” e non “gay”, come maschilisti se chiamavamo la Boschi “ministro” e non “ministra”, come retrogradi se ancora scegliamo “handicappato” invece che “diversamente abile”, eccetera.

Checco ci ha liberati tutti dalla schiavitù linguistica e ideologica del politically correct e, come faceva Aristofane nelle “Donne al governo”, prende in giro e smonta tutti i miti spacciati per diritti civili nella società contemporanea. E questo ci coinvolge così tanto che corriamo in massa al cinema per vedere “Quo vado”, dove si parla liberamente, si fanno battutacce sulle donne multiculturaliste pur amandone una alla follia, si ride degli ambientalisti mentre ci si commuove davanti all’alba boreale o si fa manualmente un prelievo di sperma all’ orso polare addormentato per proteggerlo dall’inquinamento, si lancia il gesto dell’ombrello verso una tribù di indigeni africani ma poi si spende tutto il Tfr del posto fisso in medicine a favore di un ospedale per loro.

C’è poi un’altra questione che in “Quo vado” viene affrontata senza peli sulla lingua, e che nessuno finora aveva mai raccontato così bene (a parte Paolo Villaggio con il personaggio del ragionier Fantozzi che, però, era un vittima del sistema e non un approfittatore): l’ Italia è da anni divisa in due classi sociali, che non sono il proletariato e la borghesia imprenditoriale come ci dicevano i marxisti una volta, bensì sono i dipendenti statali (quelli del posto fisso) e i lavoratori autonomi (precari, giovani e partite Iva). E la verità è che la smisurata crescita dei primi con tutti i loro assurdi privilegi economici e sociali, dovuti alla politica clientelare della prima Repubblica e ai sindacati compiacenti, in gran parte l’hanno pagata e la stanno ancora pagando i secondi.

Perché c’è ancora oggi un’Italia che lavora e produce ricchezza, mentre un’ altra vive praticamente a sbafo nelle migliaia di società partecipate comunali e regionali, nei ministeri, negli uffici delle varie amministrazioni periferiche. Ecco la verità che finalmente ci viene raccontata in un delizioso film comico, ma che punge e illumina come un rapporto del Censis.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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