Ora serve una mediazione

utero Il Family day ha avuto un successo innegabile dal punto di vista quantitativo delle presenze, ma anche le numerose manifestazioni a difesa della legge pro unioni gay e stepchild adoption della settimana precedente hanno chiamato a raccolta un milione di persone. E allora?

Le leggi nelle democrazie avanzate non le fanno le piazze, ma i Parlamenti che non dovrebbero essere guidati in modo meccanicistico dalla volontà popolare. Ecco perché, adesso, è necessario che la politica prenda in mano seriamente la questione e trovi un punto di equilibrio.

Finora abbiamo assistito ad uno scontro frontale, un vero e proprio conflitto dove le parti non si riconoscono e neppure si parlano, ma si accusano di razzismo (nel caso dei sostenitori del ddl Cirinnà) o di voler scardinare l’antropologia naturale (nel caso dei difensori della famiglia tradizionale).

Allora, come direbbero gli esperti della mediazione civile, ci vuole un mediatore: ovvero una risoluzione del conflitto. E il mediatore chiamato a gestire la questione non potrà che essere il Parlamento, la politica nella sua forma istituzionale più alta.

Che una legge per regolamentare le unioni civili sia ormai necessaria, è evidente a tutti. Che una coppia di omosessuali abbia il pieno diritto di vivere serenamente la sua affettività e, quindi, anche di potersi assistere in caso di degenza ospedaliera o di poter mantenere il domicilio quando un partner venisse a mancare, è fuori discussione. Per fortuna l’omofobia è stata sconfitta nella nostra società e, laddove si manifesti, viene duramente condannata.

Poi si apre la discussione sul tema delle adozioni che, nel caso di una coppia omosessuale, vanno necessariamente a sfociare nel cosiddetto “utero in affitto”, la cui pratica nel nostro paese è illegale, ma consentita in California, Canada, Spagna, Russia, Ucraina, India, dove il business della maternità surrogata ormai arriva a cifre da capogiro ed ha generato una vera e propria industria.

E’ bene essere chiari: ad “affittare” l’ utero di donne indigenti, finora, sono state soprattutto le coppie eterosessuali spinte dal comprensibile desiderio di avere un figlio a tutti i costi, appunto; ma è ovvio che una legge come quella ora in discussione al Senato, che prevede la stepchild adoption (“adozione del figliastro” è la traduzione italiana anche se non piace), spalancherebbe le porte alla suddetta pratica.

Come se ne esce? Non certo facendo muro contro muro e contandosi, perché sulle questioni etiche, evidentemente, vanno tenute in considerazione anche le posizioni minoritarie, se non si vuole rischiare la deriva e trasformare la nostra democrazia in una democrazia autoritaria, contro la quale già ci mise in guardia il grande scrittore liberale Alexis de Tocqueville nella prima metà del XIX secolo.

Un conto, infatti, è decidere quale legge sulla scuola o sul mercato del lavoro, un altro è legiferare in materia di diritti fondamentali e adozione di bambini. La questione che il Parlamento dovrà sciogliere, possibilmente attraverso una mediazione politica razionale, è molto complessa perché pone (a noi tutti) delle domande cruciali: avere un figlio può essere considerato un diritto alla stregua della proprietà privata o delle convinzioni politiche e religiose? E di conseguenza: è necessario porre un limite all’ uso della tecnica nell’ ambito della procreazione oppure tutto è lecito? E se tutto è lecito, sarà quindi ammissibile slegare la procreazione dall’ aspetto sessuale degli esseri umani? Ci stiamo forse avviando verso un mondo asessuato, dove i figli saranno fatti in provetta e saranno persino geneticamente modificati?

E’, dunque, questo il vero tema su cui dovremmo riflettere più a fondo: quanto potere abbiamo dato finora alla Tecnica nella nostra civiltà e quanto abbiamo intenzione di concedergliene ancora.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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