La lezione romana

campidoglio Prima annunciò alla gran folla del Family day che non si sarebbe candidata a sindaco di Roma perché era incinta; e giù applausi da parte di un pubblico per cui di mamma ce n’è una sola, la maternità è il mestiere più bello che ci sia, meglio la famiglia della carriera… Quel giorno, Giorgia Meloni ebbe un indice di gradimento altissimo, perché, come sanno bene tutti i populisti, chi vuole guadagnare il consenso della folla deve fare una cosa sola: dire ciò che piace alla folla. Mettiamo che allora avesse detto: sono incita e me ne frego, vado a fare la campagna elettorale col pancione e, se vinco le elezioni, mi faccio allestire una nursery in Campidoglio; chissà come avrebbero reagito i presenti, tutti sostenitori convinti della famiglia tradizionale, dove ruoli e compiti devono essere ben distinti per genere e non per vocazione.

Poi, su un altro palco romano, la sorella d’ Italia strinse le mani di Salvini e Berlusconi, giurando sulla rinascita della coalizione di centrodestra e promettendo ai cittadini presenti un candidato unitario per la poltrona di sindaco. Perché le amministrative di Roma, le più importanti sotto un profilo simbolico-nazionale, dovevano essere l’ occasione per una sorta di Triplice Alleanza (o di Triplice Intesa, se si preferisce), che partendo dalla capitale avrebbe sferrato l’attacco al governo renziano, visto che il patto del Nazareno si era dissolto e i “traditori” di Ncd erano definitivamente passati col nemico.

Lo schema era chiaro, fin troppo elementare, quasi un ragionamento da logica binaria: qui stanno i buoni, dall’altra parte della barricata ci sono i cattivi. Uno schema simile funzionò molto bene quando, nel 1993, Berlusconi scese in campo, come amava dire, e riuscì a federare tutte le anime politiche dell’ anticomunismo; perché questo allora era possibile e doveroso, visto che i “comunisti” erano ancora egemoni all’interno della sinistra e della società italiana.

Fu così che nacque la famosa leadership berlusconiana, indiscussa per un ventennio all’interno di quel crogiuolo di razze chiamato “centrodestra”, dove si mescolarono tranquillamente liberali, cattolici non di sinistra, ex socialisti craxiani e i post-fascisti di Alleanza Nazionale.

Ma da quando, vuoi per le sue vicende giudiziarie vuoi per il declino naturale del personaggio, il Cavaliere ha perso il grande consenso popolare e ha ridotto Forza Italia a un partito del 13 per cento, la questione della leadership di quella parte è tornata a ribollire ferocemente; anche perché dall’ altra parte, intanto, è cresciuto un leader, Matteo Renzi, che prima ha eliminato i comunisti dai ruoli chiave nel Pd, poi ha costruito un governo con pezzi di centrodestra moderato e, ultimamente, governa finanche con l’appoggio esterno (scandalo a sinistra) di Verdini e compagni.

A questo punto, il candidato proposto, caldeggiato e sponsorizzato da Berlusconi come sindaco di Roma, il rispettabilissimo ma antichissimo Guido Bertolaso, nonostante il giuramento di fedeltà strombazzato in pubblico e celebrato con le tre mani poggiate teneramente una sull’ altra, non va più bene a Salvini che decide di fare per conto suo le primarie, anzi le gazebarie, tanto per distinguersi dal Pd e, soprattutto, per affossare definitivamente il vecchio leader del suo schieramento. E Giorgia Meloni, che è sempre incinta, improvvisamente getta la maschera, diventa lepenista-salviniana e annuncia la sua candidatura in una piazza affollata più di cronisti che di simpatizzanti, con un po’ di bandiere tricolori e una celebre canzone di Rino Gaetano sulle mamme, scimmiottata in puro stile Karaoke romanesco (quello che Roberto D’Agostino definirebbe “cafonal”) e poi subito rilanciata sui social.

Conclusione: Bertolaso e Berlusconi, stizziti e inviperiti, hanno inutilmente consigliato alla sorella d’ Italia di andare a fare la mamma e di non rompere le scatole; la coalizione di centrodestra a Roma ha praticamente abortito e, nonostante il candidato unitario di Milano, è evidente che dalle ceneri romane non rinascerà mai più qualcosa di quel tipo a livello nazionale; si riaprirebbe allora la possibilità del Nazareno bis, ovvero di un centro unitario che abbia mollato le destre populistiche e che riprenda seriamente il dialogo con una sinistra liberale, moderna e depurata a sua volta dalla minoranza radicale. Che sia la volta buona per il partito della Nazione? Se Berlusconi s’infuria per la lesa maestà, Renzi certamente sorride. E Verdini festeggia.

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Mi interesso di storia contemporanea, arte, cultura. E mi considero un libero pensatore.

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